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 2017  marzo 01 Mercoledì calendario

«Schiaffi veri e pugni d’amore per la mia Palombella Rossa». Nanni Moretti presenta il restauro della pellicola, ma evita di parlare di politica

Qualsiasi cosa “ma non fatemi domande su D’Alema”. Lunedì sera a Bologna Nanni Moretti ha presentato il restauro di uno dei suoi film più attuali e politici, ma ha rifiutato categoricamente ogni commento su politica e attualità. Palombella Rossa, dice, parla della “crisi di un comunista”. Uscì nelle sale nel settembre dell’89. Due mesi dopo venne giù il Muro di Berlino, e tre giorni più tardi Achille Occhetto annunciò alla Bolognina l’inizio della fine del Pci. Sono passati quasi 30 anni ma siamo praticamente allo stesso punto: la sezione della “svolta” occhettiana è a qualche centinaio di metri da qui – cinema Arlecchino – oltre la Stazione centrale. Il regista di Palombella Rossa è la stessa persona che nel 2002 pronunciò la clamorosa invettiva contro D’Alema e gli ex comunisti dell’Ulivo (“Con questi dirigenti non vinceremo mai”). E Baffino, tornando ai giorni nostri, è di nuovo protagonista grazie a un’altra scissione degli eredi del Pci.
La storia, si direbbe, ha andamento circolare. Ma Moretti a Bologna non dice qualcosa di sinistra, né altro: parla solo di cinema e del suo film “più faticoso”. Palombella Rossa è il racconto di una perdita di memoria personale e collettiva; il protagonista è Michele Apicella, militante comunista e giocatore di pallanuoto. Una nevrosi che si risolve in una lunghissima partita: la pellicola è stata girata quasi per intero in una piscina di Acireale.
Per trovare quella giusta, Moretti ha fatto impazzire il suo scenografo, Gianfranco Basili. Lo racconta lui stesso: “Nanni mi ha fatto setacciare tutte le vasche sulle due coste, da Pescara a Napoli. Quando pensavo di aver finito, mi disse: ‘Perché non vai a vedere anche quelle sulle isole? Voleva una piscina claustrofobica, da cui però si vedesse anche il mare… Ne abbiamo visitate quasi 250”.
Racconta il regista: “Pur avendo giocato a pallanuoto fino a 33 anni, prima di Palombella Rossa non ero mai riuscito a raccontare questa parte importante della mia vita in un film. Avrei potuto risparmiare un sacco di soldi restando a Roma, ma volevo che la partita decisiva di questo pallanotista comunista si giocasse in trasferta, con il pubblico contro”.
E dunque la ricerca ossessiva del luogo giusto, che non è stata l’unica fatica di un backstage massacrante: “Le parti in notturna venivano girate fino alle 6 del mattino, nell’acqua fredda. C’è una scena in cui do un cazzotto a un mio avversario. Era un pugno vero, con tutte le nocche: mi feci male a una falange. Vado in ospedale alle 5 e 30 del mattino e mi mettono un’ingessatura, consigliandomi di tenerla almeno un mese. Ovviamente il giorno dopo l’ho dovuta levare: mi è rimasto il mignolo storto per tutta la vita”.
Quello all’avversario in piscina non è l’unico ceffone del film: in Palombella Rossa Moretti è insolitamente manesco. C’è la scena iconica dello schiaffo alla giornalista, quella dell’urlo disperato “Le parole sono importantiiiii!”. “Se si guardano bene quelle immagini – racconta il regista – si vede la guancia dell’attrice che diventa rossa. Ha preso questi schiaffi con grande dignità, poi si è ritirata nei camerini (cioè negli spogliatoi) e si è messa a piangere. Il direttore di produzione è andato a consolarla con un vassoio di pastarelle”. C’è anche un terzo pugno, ma non violento. “Mentre sto guardando Il dottor Zivago, il film sovietico tratto dal libro di Pasternak, faccio un pugno chiuso. Però non sono stato sufficientemente chiaro come regista, non volevo essere troppo didascalico: quello non è un pugno chiuso ideologico, ma d’amore per l’attrice, Julie Christie. Per la quale ho tuttora una grande passione”, sorride Moretti.
Niente politica, quindi. D’Alema, meno che mai. “Preferisco parlare di una cosa che ho imparato grazie a Palombella Rossa: l’intervallo che deve passare tra il pasto e il bagno al mare o in piscina”. La sala è piena, soprattutto di giovani, scoppia una risata collettiva. “Quando ero bambino le mamme erano intransigenti: non si poteva fare il bagno prima di 3 ore dopo pranzo. Crescendo, sono diventate 2 ore e 30, poi 2 ore e un quarto, poi 2 ore. Grazie a questo film ho scoperto che possono passare anche zero minuti. Sul set, la troupe si era stancata dei soliti cestini e aveva formato due squadre rivali di cuochi: da una parte elettricisti e sarte, dall’altra il fotografo di scena con i fonici. Io andavo a mangiare da entrambe. E poi tornavo subito in acqua”.