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 2017  marzo 01 Mercoledì calendario

Finmeccanica, l’ex gigante liofilizzato dalla cura Moretti

Sarà dura per chiunque caricarsi sulle spalle l’eredità Finmeccanica, il grande gruppo statale che produce aerei, elicotteri e armi, ribattezzato Leonardo da Mauro Moretti che da tre anni ne è amministratore delegato e in più direttore generale e il cui mandato scade in primavera. Nonostante una condanna a 7 anni in primo grado per la strage ferroviaria di Viareggio, 32 morti nel 2009 quando Moretti era amministratore delle Ferrovie dello Stato, lo stesso Moretti si sta dando molto da fare per riottenere l’incarico, anche se molti ritengono che la sua sia una pretesa disperata. Che resti o se ne vada, il futuro di Leonardo è comunque zavorrato dal filotto di gare perse in giro per il mondo o messe malissimo, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dal Canada a Singapore. Gare perse significa in prospettiva meno fatturato e meno lavoro, cioè la nebbia industriale.
 
Cambiare i dirigenti non è sufficiente
Arrivato con il mandato di riportare ordine e fare pulizia dopo una stagione travagliata di scandali, il nuovo amministratore ha sottoposto il gruppo a una cura da cavallo: sostituzione a tappeto di manager con uomini prelevati dalle Fs, severe riorganizzazioni interne, taglio o forte ridimensionamento delle sedi estere di rappresentanza, probabilmente ritenute inutili o fonte di sprechi. Con i fornitori italiani, le centinaia di ditte dell’indotto, spesso piccoli scrigni di eccellenza tecnologica coltivata con un rapporto esclusivo e simbiotico con il gruppo Leonardo, è stata applicata in maniera feroce e indiscriminata la politica della lesina. Costrette a subire pagamenti dilazionati fino a un anno e sospettate in blocco di essersi ingrassate in passato, a tutte è stata applicata una strana clausola: divieto di superare nelle forniture la soglia del 70 per cento del fatturato, pena la chiusura immediata di ogni rapporto. Il risultato è che molte di queste ditte ora boccheggiano, qualcuna si avvia al fallimento. Per effetto di queste scelte e dopo la vendita alla giapponese Hitachi del settore ferroviario, Ansaldo-Breda e Ansaldo Sts, carrozze e segnalamento, Leonardo appare come un gigante liofilizzato.
In un documento interno i consiglieri di amministrazione la vedono così: “È stata conseguita la ristrutturazione del Gruppo e il cambiamento radicale della preesistente Finmeccanica, da holding di partecipazioni in società operative controllate, nella ‘One Company’ Industriale Leonardo, integrata e globale, orientata all’alta tecnologia e focalizzata nei settori dell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza”. L’utile 2016 è raddoppiato rispetto al 2015, da 253 milioni di euro a oltre 500, ma i ricavi sono scesi parecchio, l’8 per cento circa, da 13 miliardi di euro a 12 e resteranno bloccati a 12 anche quest’anno, secondo le previsioni dell’azienda. Sette anni fa, prima dell’era Moretti, i ricavi erano molto più elevati, sfioravano quota 19 miliardi di euro (circa il 60 per cento in più).
L’organico è stato falcidiato: i dipendenti erano 75 mila nel 2010, sono 47 mila oggi. Anche il portafoglio ordini ha subito una contrazione: quasi 49 miliardi di euro 7 anni fa, 35 miliardi oggi comprese le due maxi-commesse recenti per il Kuwait e il Qatar. In base a una trattativa avviata già nel 2010 dai predecessori di Moretti, Leonardo è capo-commessa per la fornitura al Kuwait di 28 cacciabombardieri Eurofighter per un valore tra i 7 e gli 8 miliardi di euro, da spartire con le industrie aerospaziali di Germania, Gran Bretagna e Spagna. In Qatar il gruppo di Moretti si è messo nel solco di un contratto Fincantieri di 3,8 miliardi per tre corvette più una nave di supporto. Leonardo fornirà con Selex la parte dei sistemi elettronici (circa 800 milioni di euro).
 
Gli affari mancati che peseranno sui conti
Per il resto è buio. Nella gara da 1 miliardo di euro per la fornitura di elicotteri militari a Singapore, l’azienda italiana è stata battuta nonostante durante le fasi di dimostrazione l’elicottero della rivale Airbus fosse addirittura precipitato.
Nell’estate di un anno fa, la sconfitta è stata ancora più bruciante perché subita in Gran Bretagna, considerata una specie di mercato domestico dopo l’incorporazione di Westland da parte dell’italiana Agusta (Leonardo). In ballo c’era la fornitura di 50 elicotteri Apache (valore 2,4 miliardi di euro) alle forze armate e se l’è aggiudicata Boeing.
In Canada uguale: pur partecipando con un aereo che si attagliava perfettamente alle richieste di quel governo, il turboelica tattico C27J, alla fine ha prevalso un velivolo Airbus. In Australia il gruppo italiano si è aggiudicato la fornitura di C27J anche se si è trattato di una vittoria mutilata perché poi incredibilmente non è riuscito a tenersi la parte ricca, la manutenzione, affidata ad Airbus. In Polonia, Leonardo ha aperto uno stabilimento per gli elicotteri, ma la commessa se l’è presa ancora Airbus, anche se poi l’ordine è stato annullato. Nella Repubblica Ceca, per Leonardo è tutta in salita la gara per gli elicotteri, mentre negli Stati Uniti appare addirittura proibitiva la possibilità di accaparrarsi la gigantesca fornitura di 350 aerei “addestratori” M346 dopo il divorzio del gruppo italiano da Raytheon, l’alleato americano.
Pure in Russia c’è stato un divorzio e ora Leonardo non produce più con il consorzio Superjet a Komsomol’sk-na-Amure in Siberia i promettenti jet Sukhoi da 100 posti. Gli effetti di questi rovesci si vedono: a Torino Caselle latitano gli ordini per il C27J, a Venegono (Varese) da dicembre sono fermi i lavori per l’M346, a Pomigliano lavorano a scartamento ridotto per l’aereo Atr 42.