il Fatto Quotidiano, 1 marzo 2017
Istigazione all’odio razziale: Belpietro a processo (da solo)
Maurizio Belpietro va alla sbarra. Rinviato a giudizio – l’udienza è il 13 marzo al Tribunale di Milano – per avere scritto “Bastardi islamici” sulla prima pagina di Libero. Il reato è “istigazione all’odio razziale”.
Choc chiama choc. È il 13 novembre 2015 e le stragi simultanee in Francia presentano il conto: 120 morti, 300 feriti.
Choc chiama choc e Belpietro approva un titolo confezionato dalla sua redazione. Uno strillo che mai e poi mai avrebbe approvato associando alla parola “bastardo” un’altra confessione religiosa, fosse pure quella capovolta dei satanisti.
L’avesse fatto con i pur Wasp (i bianchi anglosassoni protestanti) membri del Ku Klux Klan, o con Anders Breivik, responsabile dell’uccisione di 77 persone a Oslo e a Utoya – dichiaratosi difensore della Cristianità – oggi Belpietro non sarebbe a processo ma già in galera. Sull’islam, al contrario, si può e non certo per merito (o a causa) di Belpietro.
Lo choc persiste nello choc ma i grandi giornali – forti di autorevolezza liberale – fanno peggio rispetto alla pubblicistica di destra.
C’è più razzismo tra i perbenisti che si nascondono dietro gli articoli di Bernard-Henri Lévy che tra i razzisti del bar sport. Quest’ultimi intasano i social con insulti ai musulmani e minacce da avvinazzati – personalmente ne so qualcosa – ma gli altri, con prosa composta, sotto la testata del Corriere della Sera, avallano una tesi che neppure l’ultimo degli sgherri redivivo del Sudafrica dell’apartheid saprebbe formulare: e cioè che si è terroristi perché si è islamici. Proprio come dire che si è inferiori perché si è neri. Ed è il musulmano in quanto musulmano, il problema.
È Roberto Calasso, infatti – e non un avventore al bar del populismo – a scrivere il 4 gennaio scorso sul giornale di via Solferino una frase come questa “per chi ha avviato, come la setta dell’Isis (e di al Qaeda), una guerra di religione, non c’è nulla che non dipenda da una religione”.
C’è più razzismo tra i cicisbei dell’ideologicamente corretto, quelli per i quali gli unici musulmani buoni sono i “laici” – tipo Tahar Ben Jellun – che tra i razzisti, armati di soli rutti. L’islam dei radical è l’eterno “indovina chi viene a cena?”, quello della destra, invece, è solo un bancomat del consenso.
Per la destra, infatti, dopo la scena di Marine Le Pen in Libano – dove a favore di telecamera si rifiuta d’indossare il velo prima di entrare in moschea, in visita dal Muftì – anche la Santa Vergine dovrà togliersi il velo. Un cortocircuito. In nome della minigonna della Santanchè, sia Dio, sia Patria, sia Famiglia possono aspettare.
Battaglie innocue, quindi. Trascinato in giudizio – ancor prima morale che processuale – l’ex direttore di quel giornale, oggi alla guida de La Verità, si difende con un argomento: “Qualcuno ci dà degli ignoranti; ignoranti sono quelli che non sanno che bastardo significa figlio illegittimo”.
Figlio illegittimo dell’islam è dunque il terrorismo, doppiamente “bastardo” dal punto di vista dei musulmani perché con la morte semina una bestemmia contro la religione il cui saluto è Salam, ovvero “Pace”.
Nel Santo Corano è scritto chiaro: chiunque commetta omicidio uccide con la vittima l’intera umanità. Il terrorista dell’autoproclamatosi “Stato Islamico” è bastardo a tal punto che ad Adel Kermiche – il tagliagole che il 26 luglio 2016 martirizza padre Jacques Hamel sull’altare della chiesa – non è riconosciuto il diritto al funerale. Mohammed Karabila, capo della comunità musulmana in Normandia, nega la sepoltura all’assassino che ha profanato la vita e la casa di Dio e dice: “Non vogliamo macchiare l’Islam con quella persona”.
In punto di formalità Belpietro ha espresso un concetto inattaccabile, “islamico” è un aggettivo ma lui parla infatti a un pubblico dopato di prosa cattivista che ben volentieri prende la scorciatoia mentale e i musulmani – nel sentimento diffuso dell’italiano medio – sono “bastardi”.
Il lettore cui parla Belpietro è l’esatto opposto del “Siamo tutti Charlie Hebdo”. È uno che, smartphone in mano, insulta, minaccia – e li riconosco, quando m’ingiuriano e mi minacciano, spesso al seguito di protagonisti della politica – ma sono solo spurghi di una fogna a cielo aperto, quella dell’ignoranza. La gente perbene che ha paura e non sa nulla ha anche diritto a smarrirsi ma i musulmani italiani – ed è pratica di ogni giorno – sanno di assolvere a un obbligo.
Me l’ha spiegato bene Davide Piccardo: “Siamo come il sobrio in mezzo agli ubriachi, abbiamo il compito di riportarli a casa e siamo gli unici in grado di farlo, ma ci sputano addosso, nonostante ciò dobbiamo salvarli”. Non abbiamo paura delle parole.