la Repubblica, 1 marzo 2017
Oltre i limiti
Che ci fanno quattro ciclisti su una barca a vela? Non è una barzelletta. È la domanda chiave per aprire la porta del futuro. E il futuro, quando si parla di vela, è in Nuova Zelanda. Quattro anni fa, nelle acque San Francisco, furono i Kiwi a spiegare al mondo come si faceva a far volare un catamarano. Si presentarono nella baia con delle strane derive a forma di “elle”, e pochi minuti dopo erano lì, tra il Golden Gate e Alcatraz, a scherzare con i gabbiani: sette tonnellate di imbarcazione, 22 metri di carbonio rosso e nero, volavano a 40 nodi di velocità, sospese a due metri dalla superficie del mare. Si chiama foiling. Lo facevano imbarcazioni molto più piccole, fino ad allora. Immaginarlo su bestioni del genere era fantascienza. Ma loro, i neozelandesi ci erano riusciti.
Poi le cose andarono come andarono. I rivali americani ci misero poco a riprendersi dallo shock. Nel giro di pochi giorni riuscirono a copiare il progetto e poi, con un’impresa ai limiti del regolamento, difesero l’America’s Cup con quella che la stampa anglosassone descrive come la più clamorosa rimonta nella storia dello sport. Da 1-8 a 9-8.
Oggi i Kiwi ci riprovano. Sempre volando sull’acqua, ma stavolta con quattro ciclisti a bordo. Sono “l’arma segreta” studiata per superare i limiti di uno sport che dopo aver subito una mutazione genetica (da nautica ad aeronautica) sembra destinato a non fermarsi più.
A bordo dei catamarani che tra maggio e giugno, alle Bermuda, giocano con forze incredibili. L’ala rigida è alta 25 metri e spinge l’imbarcazione fino a 46 nodi (circa 85 chilometri orari). Per governare tutta questa forza occorre energia. E per produrre energia, da regolamento, si possono usare solo sistemi meccanici. Fino a oggi, a bordo, c’erano i grinder: macinini. Attrezzi con manovelle girate a mano dai membri dell’equipaggio, che molto spesso venivano “prelevati” da altri sport, canottaggio o rugby.
Ma mentre l’energia prodotta da un ciclista di categoria olimpica è di 500 watt, quella prodotta da un grinder di altissimo livello oscilla tra 250 e 300 watt. I neozelandesi hanno dunque calcolato che mentre quattro grinder tradizionali non fanno più di 1.000-1.200 watt i cycling grinder raggiungono comodamente i 1.900. I neozelandesi ci credono così tanto che un anno fa, hanno assunto, in gran segreto Simon Van Velthooven, medaglia di bronzo per la Nuova Zelanda alle Olimpiadi di Londra 2012 nel ciclismo su pista – specialità keirin. A lui il compito di avviare il lavoro e di allenare i velisti come dei ciclisti.
Operativamente funziona così: durante la navigazione, i grinder pedalano in linea. Durante le manovre, due si alzano sulla sella e simulano un sprint mentre gli altri due vanno sull’altro scafo, dove a loro volta faranno uno sprint per permettere ai due compagni di raggiungerli e ricomporre la linea.
L’idea di usare le gambe invece delle braccia è vecchissima. La prima volta che fu provata era il 1977, a bordo del 12 metri “S.I. Sverige”, challenger svedese. Ma tutte quelle strutture e tutti quei movimenti a bordo erano incompatibili con la navigazione. Riconsiderando la cosa 40 anni dopo, con nuovi materiali e nuove tecnologie, i progettisti neozelandesi hanno ritenuto che fosse arrivato il momento. E a giudicare da come è andata la prima uscita avevano ragione.
«Noi quell’idea l’avevamo già scartata tempo fa, ma poi l’abbiamo scartata perché i contro erano più dei pro», ha cercato di minimizzare Russel Coutts il grande capo dei rivali americani di fronte allo spettacolo dei ciclisti che volavano sul mare a bordo di un catamarano.
Ma dentro di sé, si vedeva benissimo, aveva paura. Altro che barzelletta.