Affari&Finanza, 27 febbraio 2017
Il cambiamento climatico scuote l’economia mondiale grandi istituzioni in campo
Dal rischio di estinzione dell’orso polare alla svalutazione degli asset finanziari, dallo sbiancamento della barriera corallina al numero di profughi pronti a premere alle frontiere dell’Occidente. Il cambiamento climatico da problema ambientale si sta trasformando sempre più in una questione economica e di stabilità geopolitica. Non è un caso se gli ultimi allarmi sui pericoli del riscaldamento globale non arrivano non più solamente da centri di ricerca scientifica e associazioni ecologiste, bensì da istituzioni simbolo del capitalismo come il World Economic Forum e la Banca d’Italia. «Le evidenze ci dicono che il mondo si sta riscaldando, che questa tendenza è principalmente il risultato di attività umane e che gli eventi meteorologici estremi si stanno incrementando in frequenza ed intensità a causa di questo riscaldamento, l’Italia non fa eccezione», ha ammonito pochi giorni fa il vice direttore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, presentando il “Rapporto del dialogo italiano sulla finanza sostenibile”. Di conseguenza, ha aggiunto, «i regolatori finanziari devono prestare attenzione a questi temi perché gli effetti degli eventi naturali legati al clima, così come una brusca transizione verso una economia a basso tasso di carbonio, potenzialmente hanno conseguenze di vasta portata per l’economia e il sistema finanziario». «Crisi ambientali come il cambiamento climatico o la scarsità idrica – si legge nel rapporto realizzato da via Nazionale – rappresentano fonti di rischio per gli asset finanziari e nuove sfide, in particolare per il settore assicurativo, di conseguenza le banche, gli operatori dei mercati dei capitali e gli investitori istituzionali stanno progressivamente cominciando ad integrare i fattori sociali e ambientali nei processi decisionali di allocazione dei capitali, e la Banca d’Italia è parte attiva in questi lavori in ambito nazionale e internazionale». Tra le preoccupazioni espresse da Signorini a nome di Bankitalia anche «una brusca transizione verso una economia a basso tasso di carbonio». Da questo punto di vista, ha ricordato il vicedirettore generale, le misure decise nell’ambito dell’accordo internazionale di Parigi per la decarbonizzazione «influenzeranno la frazione o il tasso al quale le riserve di combustibili fossili saranno estratte ed usate, e questo a sua volta avrà effetti sul valore delle riserve provate e le infrastrutture collegate ai fossili». Guardando in particolare al settore del carbone, dove si moltiplicano le compagnie in bancarotta o sotto stress per via del taglio nel consumo di questa materia prima altamente inquinante, «ogni ulteriore calo nel valore delle riserve energetiche e delle relative infrastrutture impatterà negativamente sulla redditività e sul valore dell’azienda, facendo crescere la preoccupazione nei mercati finanziari». Valutazioni che si sovrappongono a quelle contenute nel “Global Risks Report 2017”, lo studio, basato sulle valutazioni di 750 esperti, discusso nel corso del recente Forum economico mondiale di Davos. Il cambiamento climatico, assieme alla diseguaglianza nei redditi e alla polarizzazione sociale, secondo le valutazioni del Wef, sono le «maggiori tre tendenze che daranno forma agli sviluppi globali nel prossimo decennio», di fronte alle quali «è urgente un’azione collaborativa dei leader mondiali per scongiurare future difficoltà e volatilità». «Se il mondo può vantare significativi progressi in tema della lotta al cambiamento climatico, grazie alla ratifica dell’accordo di Parigi da parte di molti paesi, la sfida politica in Europa e Nord America mette questi progressi a rischio», avvisa ancora la curatrice dello studio Margareta Drzeniek-Hanouz. «Il problema infatti – si legge nel documento – sta nella difficoltà dei leader a intraprendere azioni a livello internazionale per far fronte ai più pressanti problemi economici e sociali». Tra questi ultimi anche quelli ribaditi da un recente studio redatto da Avvenia sull’impatto che il riscaldamento globale avrà sui flussi migratori. Se la guerra civile siriana ha innescato una fuga dal paese arabo capace di mettere a dura prova la tenuta politica dell’Unione Europea, quello che ci aspetta in un futuro non troppo lontano rischia di essere ben più complicato da gestire. Secondo i dati elaborati da Avvenia, uno dei maggiori player italiani nell’ambito dell’efficienza energetica e della sostenibilità, a causa dei cambiamenti climatici 42 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case nel 2016. Nel 2011 i migranti ambientali erano stati “appena” 18 milioni, un numero che è raddoppiato nel2015passando a 36 milioni e che secondo le stime salirà ancora superando i 48 milioni nel 2017 a causa delle inevitabili alluvioni, siccità ed altri eventi metereologici estremi. Gli scenari più lontani disegnano quadri ancora più foschi. Nei prossimi 30 anni il Fiume Giallo, lo Yangtze, il Gange, l’Indo, l’Eufrate, il Giordano, il Nilo e molti altri fiumi che sostentano la vita di centinaia di milioni di persone soffriranno una riduzione di portata idrica del 30%, a fronte di un aumento della domanda di acqua per energia, agricoltura ed usi domestici. Se non si implementeranno adeguate politiche di riduzione delle emissioni di gas serra, a cominciare da quelle per lo sviluppo dell’efficienza energetica, secondo le stime di Avvenia entro il 2050 il numero di rifugiati climatici potrebbe superare quota 250 milioni. A questi si andranno poi ad aggiungere coloro che migreranno a causa delle guerre che nasceranno dall’insorgere degli squilibri ambientali. “E se le migrazioni ambientali sono per la stragrande maggioranza migrazioni interne, una parte sempre maggiore di loro rischia la vita per raggiungere le coste europee”, commentano gli analisti di Avvenia. Avvenia ritiene che a causa dei cambiamenti climatici 42 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case nel 2016. Le migrazioni ambientali aumenteranno.