la Repubblica, 1 marzo 2017
«Daniela suicida senza essere malata. In Svizzera carte false per fare business»
Il messaggino arrivò a un’amica, il 25 aprile 2013. Una citazione da “Quattro stracci” di Francesco Guccini. «Ognuno vada dove vuole andare / ognuno invecchi come gli pare / ma non raccontare a me cos’è la libertà». Daniela Cesarini di Jesi, 66 anni, annunciava così il suo suicidio assistito in una clinica di Basilea. «Siamo sicuri che la nostra Daniela – dicono Paolo ed Enrico Filonzi, per l’anagrafe cugini ma uniti a lei come fratelli – voleva porre fine alla sua vita. Ma sappiamo che le stesse leggi della Svizzera non sono state rispettate. È stato scritto che era una malata terminale e non è vero. Secondo noi, se ti presenti in queste cliniche o pseudo cliniche con diecimila euro, è difficile che ti dicano di no. È chiaro: stiamo parlando di persone disperate, ma esiste anche un business della disperazione. E lo dice chi, come noi, ha firmato per chiedere la nuova legge sul fine vita».
Suscitò emozione e dolore, il suicidio di Daniela. Una vita, raccontavano nel circolo di Rifondazione comunista dove lei militava, affrontata “a muso duro”. La poliomielite quando aveva un anno la mise su una carrozzina ma non le impedì di laurearsi, di sposarsi e avere un figlio, Diego. Il lavoro in banca, l’impegno in politica, anche come assessore. «Poi le è arrivato addosso di tutto», raccontano i cugini. La morte del marito, il suicidio del padre e poi la mazzata finale: Diego che il 31 dicembre 2013 viene trovato senza vita.
«Daniela voleva farla finita e purtroppo ha trovato sulla sua strada persone che si atteggiano a Santa Teresa di Calcutta e che sono invece attente al denaro. In breve, questa la storia. Il 2 maggio 2013 riceviamo una lettera della dottoressa Erika Preisig, del centro Eternal spirit life circle di Basilea, che ci dice che la nostra Daniela ha chiesto e ottenuto di morire e che ci invierà l’urna con le ceneri. Noi la cerchiamo subito e lei non si fa trovare per una settimana. Partiamo per Basilea, anche perché non vogliamo che l’urna viaggi come un pacco postale. Riusciamo finalmente a parlare con la signora, che ci racconta che Daniela era una malata terminale e pertanto la sua richiesta di farla finita era stata accettata. Non aveva presentato certificati o analisi, ma “medicine che provavano gravissime malattie”. Ci mostra il filmato della fine e null’altro. La salma era già stata cremata, impossibile trovare conferme o smentite alla sua tesi. La fretta è comprensibile. La stessa dottoressa Preisig ci parlò infatti del caso del magistrato Pietro D’Amico che pochi giorni prima di Daniela, l’11 aprile, aveva trovato la morte nella sua clinica. “Malato terminale” anche lui, ma l’autopsia – la famiglia fece in tempo a chiederla – di- mostrò che non era vero nulla».
«Il medico curante, qui a Jesi, ci ha dichiarato che Daniela non era in cura per nessuna grave patologia. Sappiamo che in Svizzera, oltre allo stato terminale, per l’ok al suicidio ora si valuta anche la “malattia mentale”. Se si intende la depressione grave che blocca ogni iniziativa, per Daniela siamo fuori strada. Siamo stati a teatro la sera prima della sua partenza. Lei da sola, in carrozzella, ha preso un taxi per Ancona, è partita in aereo per Monaco, un altro aereo per Basilea. Qui ad attenderla c’era Ruedi, il fratello autista della Preisig – farà anche il filmato della morte – che l’ha accompagnata in hotel. Un paio di colloqui, una visita. E alla fine la fiala per morire. Per tutto questo ha speso almeno 10.000 euro. Viaggio e albergo naturalmente a spese di Daniela, che l’ultima sera è stata invitata a cena da Ruedi e poi ha pagato il conto anche per lui. Lo ripetiamo: siamo sicuri che Daniela voleva morire. E ha trovato chi ha fatto di tutto per passare poi all’incasso». Non sarà certo facile dimenticare anche le ultime parole della dottoressa Erika Preisig: «Cari parenti, siamo stati a colloquio per un’ora. Ma state tranquilli: non vi faccio pagare».