la Repubblica, 1 marzo 2017
Usa-Russia corsa al riarmo
«Dobbiamo ricominciare a vincere le guerre». Così Donald Trump giustifica il boom della spesa militare, quei 54 miliardi aggiuntivi al Pentagono, il 10% di aumento degli stanziamenti bellici, un record storico in tempo di pace. Ma quali guerre vuole «ricominciare» a vincere, tenuto conto che Barack Obama gliene ha lasciate in eredità così poche? I “rimasugli” di Afghanistan e Iraq, più gli interventi “chirurgici” giustificati in chiave anti-terrorismo e per lo più affidati a droni o commando, reparti speciali, poche migliaia di uomini? Perché lanciare un riarmo generalizzato, con massicci aumenti di forze armate, di navi e di cacciabombardieri, più un ambizioso programma di ammodernamento degli arsenali nucleari? Tutto questo, poi, con una presidenza dichiaratamente isolazionista, un Trump che dice in modo sprezzante: «Rispondo solo agli americani, non sono stato eletto dal resto del mondo, non esiste una bandiera mondiale né un inno mondiale». America First, il suo slogan elettorale, lui lo ha spesso declinato in questo modo: smettiamola di andare in giro per il mondo a raddrizzare torti, a fare i gendarmi, a spegnere conflitti altrui, occupiamoci di ricostruire un’America a pezzi. Tanto che l’aumento delle spese belliche sarebbe compensato da un taglio del 37% a Dipartimento di Stato e Usaid (l’agenzia per gli aiuti all’estero). Ma America First è uno slogan che indica anche uno strappo con una tradizione neo-imperiale che in chiave aggressiva o progressista ha unito Wilson e Roosevelt, Nixon e Reagan, Kennedy e Obama. Ma allora perché il riarmo a tutto campo? Quale nuova guerra fredda ha in mente Trump?
Una spiegazione è di tipo elettorale. Trump si vanta di avere avuto consensi plebiscitari nelle forze armate. Gli conviene curarsi la simpatia di quelle “tute mimetiche” che sono state a lui favorevoli quanto i colletti blu. Poi c’è l’ideologia nazionalista, il vero collante delle sue politiche. America First si concilia con una deterrenza a 360 gradi, che scoraggi qualunque nemico dell’America dal tentare manovre ostili. E qui colpisce la discrezione nelle reazioni dalle due capitali più coinvolte, Mosca e Pechino.
Vladimir Putin forse si sta chiedendo se sia stato un buon investimento favorire l’elezione di Trump. Quando a Mosca qualche esponente di secondo piano dice «risponderemo al riarmo Usa», scatta il paragone con l’epoca Reagan-Gorbaciov: oggi come allora, Mosca non ha un’economia in grado di sostenere spese militari come quelle americane. Una delle ragioni per cui l’Urss andò al collasso fu lo sforzo per tener dietro al riarmo reaganiano. In questo caso sarebbe Trump a “vedere il bluff” di Putin, che ha saputo recuperare influenza geostrategica negli ultimi anni, ma si regge su un’economia debolissima. Usando dati Onu, il Pil della Russia è inferiore a quello dell’Italia o della Corea del Sud, poco superiore a quello della Spagna. È un miracolo che Mosca riesca ad apparire come una superpotenza alla pari della Cina quando invece il suo reddito nazionale è una modesta frazione di quello cinese.
In quanto alla Cina, i suoi bilanci militari in effetti stanno crescendo a ritmi “trumpiani”, anzi ben superiori al 10% annuo, e da molti anni. Nonostante questo, il livello tecnologico e la proiezione globale delle forze armate cinesi resta molto indietro. La retorica militarista di Trump è basata sull’assunto che le forze armate della prima superpotenza mondiale siano state “debilitate” dalla cura Obama. In realtà gli esperti continuano ad assegnare agli Stati Uniti una forza bellica che è superiore a quella delle cinque o sei potenze successive addizionate fra loro (e queste includono ovviamente Cina e Russia).
Debilitata? In passato, soprattutto negli anni Settanta (Vietnam) e all’inizio del nuovo millennio (Afghanistan, Iraq) si fece strada la teoria dell’overstretch. Questa teoria ammoniva sul rischio di una dilatazione eccessiva dell’impero americano, fino a raggiungere dimensioni e costi insostenibili rispetto alla capacità dell’e- conomia Usa. La teoria dell’overstretch si arricchiva di paragoni storici con altri imperi, da quello romano a quello britannico. Altre interpretazioni indicavano che le guerre perse dall’America (Vietnam, in parte anche i risultati disastrosi dell’invasione in Iraq) non lo sono state per mancanza di risorse militari, bensì per errori politici. Un detto riassume la trappola in cui si caccia chi ha un esercito troppo più forte di tutti gli altri: quando l’unico strumento che hai in mano è un martello, tutti i problemi ti sembrano chiodi.
L’ideologo che ispira Trump, Stephen Bannon, ha preso la sua visione del mondo da un libro del 1997, “The Fourth Turning: An American Prophecy”, il cui autore Neil Howe fu consultato da Bannon per la produzione di un documentario. Libro apocalittico ma non nel senso religioso, propone una visione della storia americana (e mondiale) con grandi cicli di Rinascite e Distruzioni, guerre ineluttabili seguite da ricostruzioni economiche ed anche etico-politiche. Oggi secondo Howe ci sono le condizioni per il prossimo ciclo catastrofico, la Quarta Svolta, che potrebbe includere anche un nuovo conflitto mondiale. La lettura “dark” che ne dà Bannon fornisce una chiave possibile per il riarmo di Trump: il mondo è un caos, l’America è circondata di nemici, oltre a elevare Muri di ogni genere, è meglio che a guardia delle fortificazioni ci sia una potenza spaventosa.
Federico Rampini
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Donald: “C’è Obama dietro a soffiate e proteste”
NEW YORK Le proteste contro Trump? L’organizzatore occulto è Barack Obama. A poche ore dal discorso sullo Stato dell’Unione, The Donald ha trovato chi è che tira le fila contro di lui: «Penso che Obama sia dietro a queste cose, perché i suoi sono certamente tra chi organizza le proteste», la facile conclusione cui arriva (senza uno straccio di prova) il nuovo inquilino della Casa Bianca. Mai si era visto un nuovo presidente lanciare accuse di questo tipo contro il predecessore, Trump lo ha fatto sfruttando un’intervista andata in onda sullaFoxnel popolare programma mattutino “Fox&Friends”. L’ex presidente Obama e i suoi uomini sarebbero anche i responsabili delle “soffiate” anti-Trump rilanciate dai media (ad esempio quelle sugli hackers russi) «e questo è molto grave perché si tratta di fughe dinotizie gravi, che riguardano la sicurezza nazionale». Da Obama nessuna replica.Nel corso dell’intervista televisiva il presidente Trump ha ammesso qualche «errore di comunicazione», ad esempio sulla questione del Muro con il Messico («è stata colpa mia») ed ha bacchettato il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer per aver “sequestrato” i cellulari dello staff (anche quelli personali) per controllare che non ci fossero spie interne: «Io avrei agito diversamente», ha detto.Gli annunciati tagli al budget per Dipartimento di Stato e altre organizzazioni americane che lavorano all’estero come “Peace Corp” e “Usaid” hanno provocato la protesta-appello di ben 120 tra ammiragli, generali ed alti ufficiali delle forze armate in pensione: «Sono organizzazioni decisive per prevenire i conflitti». Tra i firmatari uomini di assoluto primo piano nella storia militare degli Stati Uniti dell’ultimo decennio, come George Casey (comandante in capo di tutte le Forze armate Usa dal 2007 al 2011) e David Petraeus, ex direttore della Cia e comandante in capo delle truppe in Iraq.La presidenza Trump fa scappare i turisti? Secondo l’agenzia del turismo di New York la risposta è sì. Per la prima volta, dopo molti anni, il numero dei turisti della Grande Mela è destinato a calare, saranno quasi 300mila in meno.
Alberto Flores D’Arcais