Corriere della Sera, 1 marzo 2017
I consulenti: grazie ai voucher 800 mila lavoratori strappati al nero
ROMA Sono accusati di rappresentare l’ultima evoluzione del precariato. Saranno il tema del referendum abrogativo promosso dalla Cgil, che proprio ieri è tornata a battibeccare con l’Inps. Eppure sui voucher, i buoni per pagare i lavoratori a ore, c’è anche chi la pensa in un altro modo. Come la Fondazione studi dei consulenti del lavoro, che li considera uno strumento potentissimo contro il lavoro nero. Nel 2015 – dice un rapporto basato sui dati del loro osservatorio statistico – sono «800 mila i lavoratori che hanno utilizzato un voucher, che prima non erano conosciuti al mercato del lavoro» e che «quindi erano ragionevolmente in nero».
Tirare fuori (anche in modo parziale) 800 mila persone dal nero non sarebbe uno scherzo. Le stime dicono che il totale del sommerso ammonta in Italia a 3 milioni di persone. Cosa è successo secondo i consulenti? Con il progressivo ampliamento del campo di applicazione dei voucher, si è «registrato un sostanziale travaso dal contratto a chiamata al voucher» mentre il «contratto a termine di breve durata è rimasto stabile». I voucher, però, sono cresciuti «più che proporzionalmente rispetto alla riduzione degli altri contratti flessibili». Sarebbe proprio questa la controprova dell’emersione dal lavoro nero. Secondo il rapporto, il settore dove questo meccanismo si è sentito di più è il commercio, con 220 mila lavoratori strappati al sommerso. Non solo. Il buono è spesso il canale di ingresso nel mondo del lavoro, considerato che quasi la metà (il 43%) viene utilizzato da chi ha meno di 29 anni. Tutto bene, dunque?
Ma non c’è il rischio che, oltre ad essere canale di ingresso, i voucher diventino poi l’unico reddito dei nuovi lavoratori? E che questo li condanni alla povertà visto che con i buoni non si possono incassare più di 7 mila euro l’anno? «La nostra esperienza – dice Marina Calderone, presidente del consiglio dell’ordine dei consulenti del lavoro – ci dice che le cose non stanno così». In che senso? «Quando un’azienda trova un lavoratore con delle potenzialità da sviluppare tende a inquadrarlo in modo più stabile, magari con un contratto a termine». Resta il fatto che se il voucher rappresenta l’unica entrata, il problema è serio sia per l’immediato sia per il futuro. Proprio ieri il patronato della Cgil – il sindacato che ha promosso il referendum – ha stimato in 208,35 euro la futura pensione media di una persona pagata con i buoni, dopo 35 anni di lavoro. «È un caso limite – dice ancora Calderone – perché il voucher non può rappresentare l’unica entrata per tutta la vita, ma una forma di integrazione del reddito oppure un’entrata temporanea, all’inizio della carriera».
Secondo i consulenti del lavoro, dunque, è giusto limitare l’utilizzo dei buoni vietandone l’utilizzo in alcuni settori, come l’edilizia o la pubblica amministrazione, cose che il governo sembra intenzionato a fare nella riforma allo studio. «Ma sarebbe un errore cancellarli del tutto – dice ancora la presidente – perché eliminerebbe un’esigenza reale delle imprese, e cioè reperire mano d’opera per le prestazioni occasionali».
Proprio sui voucher la Cgil torna ad attaccare l’Inps: «Per ogni buono da 10 euro – dice il patronato nel documento presentato ieri – 50 centesimi vanno all’Istituto di previdenza per il servizio reso». Una sorta di «aggio che potrebbe essere quasi paragonato a quello applicato da Equitalia e tanto giustamente contestato per la riscossione dei tributi evasi». Facendo due conti, sempre secondo il sindacato, l’Inps avrebbe incamerato nel 2016 67 milioni di euro.
Dall’Istituto di previdenza rispondono che la cifra è di «gran lunga inferiore» anche se l’elaborazione precisa richiede tempi lunghi. Perché? È la legge, quella originaria del 2003, a dire che il 5% del valore del voucher, cioè i 50 centesimi, vanno al concessionario del servizio. Ma, oltre che direttamente dall’Inps, i buoni sono distribuiti anche attraverso altri canali, come i tabaccai, le poste e alcune banche. In questi casi la quota va divisa tra l’Inps e i soggetti che materialmente hanno venduto il buono.