Corriere della Sera, 1 marzo 2017
«Schiavitù e violenze nei campi». L’inferno dei bambini in Libia
Certi bambini, neanche fanno in tempo a capire dove siano capitati. Uno su due, lo stuprano subito. Tre su quattro, li picchiano. E tutti quanti, come minimo, subiscono abusi verbali o psicologici. Idem le loro mamme, le sorelle: «Gli uomini che ci avevano spinto sulla barca – racconta una bimba nigeriana, Kamis, 9 anni – ci avevano detto di guardare le stelle. La barca era in mezzo al mare e tutti piangevano. Il vento la muoveva e tutti gridavano. Quando abbiamo visto una piccola nave, abbiamo urlato: “Venite a salvarci, per favore!”. Ci hanno salvato e portato a terra. Poi ci hanno arrestato e portato nel centro di detenzione di Sabrata. Niente cibo. Niente acqua. Ci picchiavano ogni giorno. Non c’erano medici, né medicine. Per cinque mesi...».
Salvati, si fa per dire: cinque mesi d’orrore. Per Kamis e per tutti gli altri, denuncia l’ultimo «Child Alert» dell’Onu, il destino nei centri libici di detenzione è quello: «Una quantità spaventosa» d’aggressioni, di molestie e di violenze sessuali. Pura schiavitù, accusa l’Unicef: nei campi a tutt’oggi sono registrati 256 mila migranti, ma nella realtà sono tre volte tanti e ci sono almeno 30 mila donne e 23 mila piccoli (8 mila orfani totali) abbandonati a se stessi e a ogni tipo d’abuso.
Lo raccontano proprio loro, le vittime, confermando nel rapporto come «la rotta del Mediterraneo centrale rimanga tra le più pericolose al mondo».
Domanda: che cosa ne sarà dei migranti che il recente accordo firmato dall’Ue col governo Serraj prevede di trasferire, una volta intercettati, proprio in questi centri-lager? Perché è vero che in mare si muore (nel 2016, un anno record, al largo della Libia sono annegati più di 700 bambini e 4 mila adulti: in media, una vittima ogni 40 profughi, perlopiù eritrei e nigeriani), ma non è che poi a terra si sopravviva: nei dieci centri gestiti dal governo libico e nei 24 in mano alle milizie, questi ultimi i peggiori e chiusi a ogni ispezione internazionale, l’Unicef registra gruppi di venti detenuti spesso nudi e in celle di due metri quadri, senza cibo e senza coperte.
«Buchi infernali», vengono definiti, dove il lavoro in catene e la tortura sono la norma. Ma perché a donne e bambini va peggio che agli altri? I trafficanti li obbligano all’intera tariffa fin dall’inizio del viaggio, risponde il rapporto, e quindi a rimanere bloccati mesi in ostaggio, finché il debito non viene in qualche modo saldato. È la formula «pay as you go», pagare per partire. O per morire.