Corriere della Sera, 1 marzo 2017
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Kaczynski blocca il (suo) presidente Tusk. La lite tra Polonia A e B paralizza la Ue
Quando al vertice del 9-10 marzo i leader europei indicheranno il capo del Consiglio Ue per i prossimi due anni e mezzo, l’attuale presidente Donald Tusk vedrà un solo Paese opporsi al suo secondo mandato: la Polonia. Lo scontro istituzionale in corso a Varsavia esplode ai massimi livelli in sede europea. Il confronto a distanza Donald Tusk-Jaroslaw Kaczynski riflette divisioni profonde nella giovane democrazia del Centro-Est.
È stato Kaczynski a imporre il veto su Tusk accusandolo di aver «infranto le più elementari regole dell’Unione Europea». Leader carismatico del partito di governo Diritto e giustizia, Kaczynski non si è candidato alle elezioni dell’autunno 2015 ma ha affidato alla rassicurante Beata Szydlo il compito di riportare al potere la destra nazional-populista dopo gli otto anni dell’esecutivo Tusk, fondatore della liberale Piattaforma civica. Da allora è stato Kaczynski a guidare il partito in un corpo a corpo con media e giudici che ha destato seria preoccupazione a Bruxelles. In assenza di una sinistra compatta e libera dal peso del passato comunista, le due formazioni di destra si spartiscono di fatto l’intera scena politica della sesta economia d’Europa, rispecchiando le due anime del Paese.
La linea di frattura, ben visibile nella mappa elettorale e strumentalizzata dalla politica, segue il corso della Vistola e riproduce la storica contrapposizione tra «Polonia di serie A» e «Polonia di serie B». Una faglia che, semplificando, separa le più evolute regioni occidentali da quelle sud-orientali economicamente arretrate. E che rimanda alle spartizioni settecentesche della Confederazione polacco-lituana tra Prussia, Impero austriaco e Impero russo, quando l’influenza prussiana impresse lo slancio maggiore ai territori occidentali. Queste divisioni geopolitiche nei secoli hanno seguito lo scivolamento verso Ovest dei confini di un’entità nazionale che solo nel Novecento ha raggiunto un assetto stabile. Oggi la «classe A» che macina lavoro, punta sull’innovazione tecnologica e crede nell’Europa fa perno su città come Varsavia, Cracovia, Breslavia e Poznan. Un forte senso di esclusione dalla corsa allo sviluppo successiva alla svolta del 1989, al crollo del regime e alla transizione democratica, domina invece nelle aree intorno a Rzeszow nei Precarpazi o a Lublino, nella regione con il Pil pro capite più basso (13 mila euro contro i 29.800 della capitale). Il risentimento mantiene alta la temperatura politica del popolo di Kaczynski che, all’ostilità per le élite identificate con gli ambienti vicini a Tusk, unisce una feroce intransigenza sul rapporto con il passato sovietico. Già attivo in Solidarnosc, Kaczynski ha sempre rappresentato la parte del sindacato contraria alla linea del compromesso e della riconciliazione con gli ex comunisti che ha invece ispirato i primi passi della Polonia libera. Pensiero condiviso con il gemello Lech, morto nel disastro aereo di Smolensk del 2010. Di quel disastro Jaroslaw imputa «la responsabilità morale» a Tusk, allora primo ministro. Euroscettico, iperconservatore e cattolico nello spirito militante di Radio Maryja, sostenitore di una lotta senza quartiere alle diseguaglianze – tra i suoi pensatori di riferimento recenti c’è Thomas Piketty – Kaczynski promette di restituire ai polacchi la sovranità ceduta a Bruxelles e il senso di appartenenza a una nazione perseguitata dalla Storia, eppure indomita.