La Stampa, 1 marzo 2017
Liberamensa, fa il pienone il ristorante dei carcerati
1800 coperti. In tre mesi. E solo di venerdì e sabato. Si dice cosi: tutto esaurito. È diventato un fenomeno sociale il ristorante «Liberamensa», aperto da poco tempo all’interno del carcere Lo Russo e Cotugno, ex Vallette e gestito da 17 detenuti selezionati dentro i «bracci» del carcere.
Contrariamente al modello «Bollate» l’Istituto di pena milanese che per primo ha aperto in Lombardia una realtà di questo tipo, qui tutti i dipendenti sono reclusi: dallo chef, al cameriere, dal barista al caposala. Non ci sono esterni, ma si sfruttano le abilità di chi, dentro queste mura, deve starci per forza. Perché ha commesso reati, ma sa che la vita non è finita lì. «La svolta è stata sovrapporre a quello che c’era prima (il bar per agenti e famiglie dei detenuti) qualcosa di interessante» spiega l’architetto Andrea Marcante che ha curato la «riconversione» degli spazi.
È un modello per Torino ma anche per il sistema Italia se è vero, com’è vero, che si sta pensando – per ora solo un’ipotesi – di ampliare a tre giorni – l’apertura ai cittadini, gli stessi che fino a ieri guardavano a questo luogo come un inferno dantesco, a un girone di vite senza speranza. Di galeotti e basta. E invece no. Perché i numeri dicono che c’è chi vuole ricominciare e la gente ci crede: «Abbiamo prenotazioni per intere serate a marzo e aprile. La città ha risposto in modo straordinario» dicono i responsabili.
Il segreto di questo successo? «La curiosità» racconta Mario Andrioli, 64 anni, commerciante di tessuti originario di Biella. «Lo sa come ha reagito mia moglie quando glielo ho proposto? Mi ha detto che ero matto, ma stasera, come vede, è qui con me». La signora incrocia lo sguardo del marito. Annuisce, rafforza il concetto: «È la prima volta che veniamo. Non sarà l’ultima».
Un tavolo di matricole universitarie affronta il tema della sessione primaverile. Studiano Giurisprudenza, parlano di reinserimento e rieducazione: «Il carcere come forma restrittiva andrebbe limitato il più possibile – dicono –. Anni fa il legislatore non lo aveva immaginato come un tempo sospeso e basta». Ed è musica per le orecchie del direttivo della Camera penale Vittorio Chiusano, che l’altra sera si è presentato al gran completo al ristorante «perché – dice il presidente Roberto Trinchero – è un ottimo esempio di attuazione della funzione rieducativa e riabilitativa della pena». Una scelta calibrata quella dell’associazione dei penalisti, decisa per incoraggiare iniziative di questo tipo.
I carcerati hanno bisogno di continuare a vivere. E ne ha bisogno anche il sistema detentivo in generale. «Prova ne è – spiegano gli avvocati Marco Ferrero, Stefano Tizzani e Antonio Genovese – che il tasso di recidiva di queste persone è praticamente pari a zero. Al contrario, per chi non lavora, i numeri raccontano un destino al rovescio». E ne gioverebbero non solo le vite «recuperate», ripescate dopo errori, reati e condanne, ma anche il funzionamento della stessa Casa circondariale che da qualche tempo ricomincia a registrare un piccolo aumento dei detenuti. Al Lo Russo e Cutugno potrebbero essere ospitate 950 persone. «Sono invece più di 1330» raccontano i legali Pier Franco Bottacini e Davide Mosso. «E se l’assunto – aggiungono – è che chi partecipa ha più possibilità di rinascere, va da se che è indispensabile incentivare queste pratiche».