il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2017
Aspiranti jihadisti, la rieducazione è un fiasco colossale
Il primo istituto destinato alla lotta anti-radicalizzazione in Francia, il centro di Pontourny, era stato aperto con tante speranze nel settembre 2016 nel paesino di Beaumont-en-Véron, neanche 3.000 abitanti, nella regione della Loira. Cinque mesi dopo, il centro è deserto. L’ultimo dei suoi ospiti lo ha lasciato a inizio febbraio dopo essere stato condannato a quattro mesi di reclusione per violenze familiari. Oggi Pontourny è diventato l’esempio più evidente che le politiche per la conversione di estremisti islamici portate avanti dalla Francia dai primi attentati del 2015 sono state un “totale fallimento”, secondo le prime conclusioni di una verifica del Senato per valutare le esperienze fatte finora sulla prevenzione al reclutamento dei jihadisti e il loro nuovo inserimento nella società.
Stando al rapporto delle due senatrici, la verde Esther Benbassa e Catherine Troendlé, del partito di destra Les Républicains, pubblicato alcuni giorni fa, sull’argomento la Francia deve ripensare tutto da capo. Nel caso del centro di Pontourny, che è costato 2,5 milioni di euro all’anno, si trattava di realizzare un progetto-pilota per la creazione di un’altra dozzina di centri analoghi in tutta la Francia. Avrebbe dovuto ospitare per un programma di dieci mesi, tra 25 e 30 giovani in via di radicalizzazione, da 18 a 30 anni, che non erano ancora mai partiti per la Siria e si presentavano su base volontaria per essere aiutati a liberarsi dalla trappola jihadista, reinsersi nella società e trovare un lavoro. In realtà il centro ha ospitato al massimo nove persone, al momento dell’apertura, e nessuno è rimasto più di cinque mesi.
Ora è aperto, ma è vuoto, in attesa di nuovi volontari da ospitare. Forse è il sistema del volontariato a non funzionare, ipotizzano le due senatrici. Forse, come nelle prigioni, è sbagliato raggruppare gli individui radicalizzati in un stesso luogo. Sta di fatto che diversi milioni di euro sono andati sprecati e che l’iniziativa si è rivelata un fiasco. Secondo Benbassa e Troendlé il governo ha agito precipitosamente, affidandosi spesso a “pseudo-specialisti” della radicalizzazione e ad associazioni impreparate o interessate soprattutto alle ingenti sovvenzioni che lo Stato era pronto a versare. Un “business della de-radicalizzazione”, lo chiamano le due parlamentari, nuovo e inatteso.
“Sono stati commessi degli errori, ma eravamo in periodo di attentati, il governo voleva agire in fretta, mostrare ai francesi che era all’altezza della drammatica situazione”, ha detto Esther Benbassa al settimanale L’Obs. Il governo aveva cominciato a riflettere sulle misure da adottare contro la radicalizzazione dei giovani francesi sin dalla fine del 2014. Poi nel 2015 ci sono stati gli attacchi jihadisti alla redazione di Charlie Hebdo, a gennaio, e al Bataclan e nei caffè di Parigi, a novembre. Lo stesso anno sono stati sventati altri attacchi, come quello del Thalys, in estate. “Il governo ha ceduto al panico. Non era una sfida semplice, al contrario. Oggi è facile dare lezioni – ha aggiunto la parlamentare ecologista – ma un altro governo avrebbe fatto gli stessi errori”.
Due anni dopo la strage di Charlie Hebdo da parte dei fratelli Kouachi, francesi nati a Parigi da genitori algerini, la Francia deve cercare ora nuovi strumenti per riuscire a battere il male che spinge i suoi giovani a lasciare la famiglia per arruolarsi nei ranghi dell’Isis. Ma c’è anche un altro fenomeno a cui la Francia ora deve far fronte. É quello dei giovani combattenti che rientrano a casa dalle zone di guerra, per ora una minoranza, pentiti o no, pronti o no a passare all’atto di violenza in Francia. Li chiamano i révenants, i jihadisti di ritorno, dal titolo di un libro del giornalista David Thomson che è stato in contatto con diversi giovani partiti per il jihad e di cui ha raccontato le storie.
Sarebbero almeno 1100 i francesi partiti per la Siria o l’Iraq dal 2012. Il numero delle partenze è in netto calo. Nel primo semestre del 2016 in 18 hanno lasciato la Francia. Erano 69 nello stesso periodo del 2015. In 12 sono rientrati.