Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 28 Martedì calendario

Scelti da Donald ma non allineati. Il paradosso dei tre generali

Tutti sono d’accordo sul fatto che i tre generali scelti da Donald Trump per gestire la sicurezza degli Stati Uniti sono persone molto preparate e indipendenti. Ora si tratta di capire se saranno loro a seguire il presidente, oppure riusciranno ad imporre una visione realistica e responsabile, spesso in contrasto con quella dei consiglieri politici tipi Steve Bannon.
I tre generali di cui parliamo sono il capo del Pentagono Jim Mattis, che ieri ha presentato al capo della Casa Bianca le opzioni per sconfiggere l’Isis in Siria; il segretario della Homeland Security John Kelly, che dovrà gestire la costruzione del muro lungo il confine col Messico e l’immigrazione; il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster, che ha preso il posto di Michael Flynn dopo lo scandalo Russia. Non era mai successo prima che le tre posizioni chiave fossero occupate tutte da ex militari, e ciò ha fatto storcere il naso agli osservatori. Gli esperti del settore però concordano che sono tre persone capaci, e hanno tirato un sospiro di sollievo quando McMaster ha preso il posto di Flynn, considerato troppo instabile e a caccia di vendette personali, dopo che Obama lo aveva costretto a lasciare la guida dell’agenzia per l’intelligence del Pentagono.
Tutti e tre i generali si sono formati sui campi di battaglia dell’Afghanistan e dell’Iraq. Mattis comandava le forze che dovevano inseguire Osama bin Laden a Tora Bora, ma era stato fermato dalla pavidità dei politici. Noto per essere molto diretto, in seguito era stato proprio il capo di Kelly in Iraq, quando i loro marines avevano l’incarico di pacificare la terribile provincia di al Anbar. McMaster viene dall’esercito e a Tal Afar aveva inventato la strategia anti insurrezione che poi il generale Petraeus aveva copiato per la sua «surge».
La caratteristica comune di questi tre generali è quella di essere considerati non solo dei bravi soldati, ma anche degli studiosi. La tesi di laurea di McMaster sulla guerra in Vietnam, persa secondo lui per le divisioni a Washington, è ormai un classico. Questa forza intellettuale li ha resi molto indipendenti e diretti, e qui potrebbero nascere i problemi. Mattis, ad esempio, ha già detto che è contro la tortura, contro la collaborazione militare con la Russia, e favorevole alla Nato. Tutte posizioni in contrasto più o meno aperto con quelle di Trump. Kelly invece è stato tenuto all’oscuro del bando per gli immigrati da sette Paesi islamici, e lo ha criticato dicendo che era stato affrettato. McMaster nel primo incontro con lo staff della Casa Bianca ha invitato a non usare il termine “terrorismo islamico radicale”, perché secondo lui bisogna isolare i terroristi dagli altri musulmani sostenendo che violano la religione. Peccato che questa frase l’avesse usata proprio Trump nel discorso di insediamento alla Casa Bianca. I tre generali dunque sembrano pronti allo scontro con l’ala dei consiglieri politici guidati da Bannon, e da questa sfida dipenderà il futuro dell’amministrazione sulla sicurezza