Libero, 28 febbraio 2017
In Italia puoi morire soltanto se non vuoi
Paola non voleva morire, aveva 30 anni ed era in ospedale per mettere al mondo il quarto figlio. Durante il taglio cesareo, però, i medici hanno dimenticato una garza nell’addome e dopo cinque mesi di infezioni, interventi e atroci sofferenze, è deceduta. Nemmeno Tomaso voleva andarsene. Aveva 86 anni ed era stato ricoverato per una frattura al femore, ma gli hanno operato la gamba sbagliata e dopo il secondo intervento riparatore ha avuto un tracollo: il cuore non ha retto le due anestesie. E ancora. Giuseppe aveva 55 anni e la febbre alta, si è rivolto al Pronto Soccorso ed è stato lasciato su una barella per nove ore. Poi l’ha stroncato un infarto. Anche Giuseppe, no, non voleva morire.
Paola, Tomaso e Giuseppe sono solo tre tra i, purtroppo, tanti casi amavano la vita e stavano bene, avevano progetti e sogni, ma sono stati uccisi dalla malasanità dello Sta
to italiano. Lo stesso Stato che, però, non ti permette
di morire se lo scegli. Co
me è successo al Dj Fabo,
40 anni, ridotto a vegetale
tetraplegico e cieco da un terribile incidente d’auto: voleva andarsene per sempre, aveva chiesto di poter farla finita al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma non ha ricevuto il permesso e ha dovuto farsi portare all’estero per essere accontentato («Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato»: questo l’ultimo messaggio d’addio): ieri, vicino a Zurigo, gli hanno praticato il suicidio assistito.
TRECENTOMILA CAUSE
Già, l’Italia. Il Paese in cui muori quando non lo vuoi, ma non riesci a morire se lo scegli. Il Paese in cui eutanasia e suicidio assistito sono illegali (attualmente ci sono sei proposte di legge), ma il malfunzionamento degli ospedali e gli errori medici causano più decessi degli incidenti stradali. Non esistono cifre ufficiali (all’associazione di tutela “Osservatorio Sanità” arrivano circa 1000 segnalazioni l’anno, che poi vengono scremate), ma le stime incrociate tra le indagini degli anestesisti e Assinform, editore di riviste specializzate nel settore del rischio nel campo della sanità, raccontano di qualcosa come 90 morti al giorno per sbagli commessi dai medici, scambi di farmaci, dosaggi errati, sviste in sala operatoria. Circa 32 mila l’anno, il 50 per cento dei quali si potrebbe evitare. Non solo. Parallelamente crescono ogni anno, in una percentuale che varia tra i 2 e i 3 punti, le richieste di risarcimento danni (secondo una stima sono circa 300 mila le cause civili in questo momento pendenti nei tribunali di tutta Italia che vedono coinvolti medici o strutture sanitarie) per decessi avvenuti nei nostri ospedali. Secondo lo studio “Le richieste di risarcimento danni per decessi nella medmal Italiana” realizzato da AM Trust, compagnia assicurativa specializzata nel settore indagine condotta, dal 2010 al 2015, su un campione estrapolato da circa 45mila richieste di risarcimento su un gruppo di 97 strutture sanitarie pubbliche i risarcimenti vengono liquidati, in media, con circa 430mila euro. Una cifra molto alta.
ASSENTEISTI E GUASTI
D’altronde è fin quasi imbarazzante ripensarci i casi recenti di cronaca nera ci raccontano di ospedali sempre più insicuri, professionisti sempre meno professionisti, controlli assenti e omertà stile mafioso. Basta tornare indietro di pochi giorni e pensare alla vergognosa vicenda dell’Ospedale Loreto Mare di Napoli, dove i carabinieri hanno arrestato 55 dipendenti (un neurologo, un ginecologo, 9 tecnici di radiologia, 18 infermieri professionali, 6 impiegati amministrativi, nove tecnici manutentori e 11 operatori sociosanitari) per assenteismo: si dedicavano ad attività private in orario di lavoro (c’era chi prendeva il taxi e andava a giocare a tennis, chi si dedicava allo shopping e pure un impiegato dell’ufficio “rilevazioni presenze e assenze” che faceva lo chef in un albergo) facendo timbrare il proprio cartellino ad altri. Guarda caso, lo stesso ospedale è stato al centro di tre casi clamorosi di malasanità. La Paola morta per colpa della garza dimenticata nell’addome durante il taglio cesareo era Paola Savanelli di Caivano e il suo decesso risale alla scorsa estate, proprio al Loreto Mare. Dove, il mese scorso, una donna di 52 anni è morta perché la Tac non funzionava e dove un uomo di 63 anni, nel 2011, fu stroncato da un infarto dopo essere stato dimesso «velocemente» dal Pronto Soccorso (l’Asl Napoli 1 è stata condannata a pagare quasi 800 mila).
INFERMIERE KILLER
Assenteisti e furbetti, ma non solo. A mettere a rischio le nostre vite abbassando il livello di fiducia nella sanità sono anche le morti sospette in corsia e il pensiero va subito all’inchiesta sull’infermiera killer di Saronno, ricordate? Laura Taroni, secondo l’accusa, avrebbe ucciso il marito e la madre, con la complicità del medico che si credeva Dio, Leonardo Cazzaniga, al quale contestano altri venti decessi (il famoso “Protocollo Cazzaniga”) di pazienti malati e anziani attraverso la somministrazione, al Pronto Soccorso di Saronno, di dosi massicce e letali di farmaci. Vicenda, questa, che ricorda tanto il caso di Daniela Poggiali, l’ex infermiera di 44 anni condannata all’ergastolo (in primo grado, ma ora la Procura di Ravenna le contesta anche l’omicidio di un altro paziente) per aver ucciso, l’8 aprile 2014, la 78enne Rosa Calderoni all’Ospedale di Lugo di Romagna. Facendosi poi un macabro selfie accanto al cadavere della povera donna. E di strane morti è stata accusata anche Anna Rinelli, infermiera di origini milanesi di 43 anni, dal 2011 al reparto di Medicina generale del «Locatelli» di Piario (Bergamo): è sospettata di omicidio preterintenzionale perchè secondo l’accusa avrebbe iniettato dosi di Valium in vena ai pazienti per tranquillizzarli durante il turno di notte. Con il risultato di averne uccisi cinque o sei.
PARTI E PINZE
Certo, poi ci sono i casi isolati. Che sono tanti, tantissimi, e la cronaca ce ne parla quotidianamente. Come quelli in sala parto: Tiziana Lombardo, 33 anni, è morta all’Ospedale di Vibo Valentia; Ilary Oldoni, 29 anni, a Calcinate (Bergamo); Claudia Bordoni, 36 anni, alla Clinica Mangiagalli di Milano e Valentina Milluzzo, 32 anni (deceduta lei e i due gemellini che aveva in grembo), all’Ospedale di Cannizzaro di Catania. E sono solo alcuni esempi recenti.
Poi ci sono i decessi per incapacità o superficialità. Come quello di Giuseppe Ruocco di Pompei, 55 anni, ricoverato il 7 maggio 2016 con febbre alta al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Sorrento e morto dopo qualche ora. O quello di Vittoriana Armento, 37 anni, che nel maggio 2015 si è rivolta due volte al Pronto Soccorso di Rivoli (Torino) sperando di capire cosa fosse quel dolore all’addome che la stava tormentando. E che per due volte è stata dimessa, prima di essere uccisa a casa da un arresto cardiaco.
E ancora. Stefano Miniati, 57 anni, nel 2014 era stato operato all’intestino all’Ospedale di Carrara, ma una volta dimesso continuava a sentire fortissimi dolori: una radiografia ha scoperto che gli era stata dimenticata nella pancia una pinza lunga 18 centimetri. C’è voluto un secondo intervento per estrarla, ma dopo due anni l’uomo è deceduto secondo i suoi avvocati per le conseguenze della doppia operazione. Un po’ come Tomaso Stara, 86 anni, operato per errore al femore sbagliato dai medici dell’Ospedale Sant’Anna e Madonna della Neve di Boscotrecase (Napoli) e morto per non aver retto due anestesie. Altri casi. Quello di Antonella Mansueto, 22 anni, uccisa da una setticemia nel 2009 perchè le fu diagnosticata un’ influenza invece di un’infezione post-operatoria all’Ospedale di Putignano (Bari). E che dire della donna di 30 anni che nel 2013 è stata dimessa dal Pronto Soccorso dell’ospedale di Carmagnola (Torino) per una normale ansia, ma ha continuato a sentirsi male ed è morta? Anche lei come tutti gli altri non voleva certo morire.