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 2017  febbraio 28 Martedì calendario

Quel primo verdetto era più giusto

E se la gaffe finale fosse stata un’abile provocazione dadaista? L’ipotesi – implausibile vista la seriosità dell’Academy – prende forma per dare una parvenza di senso a una gaffe che pensavamo inimmaginabile anche a un dopolavoro ferroviario, figurarsi agli Oscar. Ma lo scambio di buste c’è stato e La La Land ha dovuto lasciare il trionfo finale a Moonlight, chiudendo con un ulteriore inchino alle logiche della correttezza questa 89ª edizione. Che il film vincitore fosse più ambizioso che davvero riuscito, ci era sembrato fin da quando l’avevamo visto inaugurare la Festa di Roma ma tant’è: dopo un’edizione «so white» era da attendersene una «so black». Ne ha fatto le spese Jeff Bridges che si è visto soffiare la statuetta per l’attore non protagonista dal meno convincente Mahershala Ali, come la sceneggiatura (non originale) di Arrival che ha dovuto cedere il passo a quella del film vincitore. Personalmente avrei dato il massimo riconoscimento a La La Land, anche se per la statuetta della miglior attrice avrei preferito alla pur bravissima Emma Stone la ancor più stupefacente Natalie Portman di Jackie. Pazienza, un premio non sarebbe tale se non innescasse un po’ di polemiche e il musical di Chazelle si può accontentare dei suoi sei premi e soprattutto dell’ottimo successo di pubblico. Resta un po’ di amaro in bocca per Fuocoammare di Rosi, piccolo Davide italiano costretto a soccombere di fronte al vincitore annunciato, il Golia O.J.: Made in America. E se l’onore nazionale è stato salvato dai due terzi del premio per trucco e acconciatura (Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, con Christopher Nelson, per Suicide Squad) l’impegno anti-Trump ha avuto il suo coronamento con l’Oscar a Il cliente dell’iraniano Asghar Farhadi, che non l’ha ritirato perché «indesiderato» secondo le direttive dal neo- presidente.