Corriere della Sera, 28 febbraio 2017
Non è OscarLand
NEW YORK Il gigantismo di La La Land vince sei Oscar, ma non basta per conquistare il titolo numero uno. Nella notte marcata dalla gaffe più maldestra in 89 anni di storia, la statuetta per il miglior film, va a Moonlight, scritto e diretto da Barry Jenkins. È il racconto intenso dell’educazione sessuale e sentimentale di un ragazzino afroamericano che vive nei sobborghi di Miami e che, crescendo, si scopre gay.
La scelta della giuria non era scontata e potrebbe suscitare discussioni interessanti. Prima, però, si dovrà placare il clamore sull’incredibile scambio di buste e di vincitori: domenica quasi a mezzanotte, nell’attimo più atteso dopo oltre tre ore di show: La La Land, anziché Moonlight. Ieri si è capito che l’errore non è stato di Warren Beatty e Faye Dunaway. La macchina organizzativa, gestita dalla società PriceWaterhouseCoopers, si è inceppata nel modo più banale. Uno dei responsabili ha consegnato il plico sbagliato, quello già usato poco prima per proclamare Emma Stone migliore attrice protagonista. Sempre ieri è venuto fuori un altro pasticcio: nella sezione dedicata alla memoria degli artisti deceduti è comparsa la foto della produttrice australiana Jan Chapman ( Lezioni di piano ) viva, associata al nome della defunta costumista Janet Patterson.
Ma ora è soprattutto il momento di tirare le somme. La La Land ha sì vinto sei premi, miglior regia e miglior attrice i più importanti, ma non ha sbancato. Niente da fare, invece, per Fuocoammare, il documentario di Gianfranco Rosi su Lampedusa, battuto da O.J.: Made in America.
C’era molta attesa per una serata militante, un’altra tappa nella costruzione del movimento anti-Trump. Non è stato così: nessuno ha replicato gli attacchi di Meryl Streep, nel corso dei Golden Globe. La critica più dura è arrivata dal regista iraniano Asghar Farhadi, Oscar per la pellicola in lingua straniera, Il Cliente. Farhadi ha spedito un messaggio contro la «divisione del mondo tra “noi” e i nostri nemici».
Per il resto da registrare le parole contro il Muro trumpiano dell’attore messicano Gael Garcia Bernal, doppiatore del cartoon Zootropolis e quelle di Alessandro Bertolazzi, premiato con Giorgio Gregorini nella categoria trucco e parrucco per Suicide Squad, che ha dedicato il suo Oscar «a tutti gli immigrati».
Ma è mancata l’uscita della grande star. Meryl Streep non è stata premiata, quindi niente discorso. E le stelle della nuova generazione, come Emma Stone, migliore attrice per La La Land, e Casey Affleck, migliore attore per Manchester by the Sea, hanno espresso solo la loro personale emozione. E Trump, almeno per ora, non ha twittato.
È come se la giuria degli Oscar e la comunità di Hollywood siano rimasti, o siano voluti rimanere, una battuta indietro. Si sono concentrati sulla risposta alle polemiche dello scorso anno, quando nessun artista afroamericano era stato premiato. Nel 2017 la correzione, con molti riconoscimenti al mondo «black». Le statuette per l’attrice e l’attore non protagonista sono andate a Viola Davis, per Fences e a Mahershala Ali, il primo afroamericano e musulmano a vincere un Oscar, e proprio per Moonlight.