Corriere della Sera, 28 febbraio 2017
Le anime perse del Parlamento
ROMA «Siamo tutti prefissi telefonici». Anche di lunedì, col Senato deserto, le antenne del verdiniano Vincenzo D’Anna sono sintonizzate col Palazzo. La sua ironia sa essere pungente come un ago sottile, di quelli che si usano per le punture dei bambini. Oppure tagliente come un machete. Oggi è tagliente. «Noi verdiniani, quelli di Alfano, gli altri... siamo tutti prefissi telefonici. Chi ha lo 0,1, chi lo 0,2, chi lo 0,3, chi spera nello 0,5... tanto valiamo alle elezioni. A questo punto – e il biologo di Ala fa un sospiro – siamo di fronte a una scelta. O proviamo a metterci insieme per diventare un numero primo. Oppure rimaniamo prefissi telefonici».
Un posto al sole
Sono più di cento i senatori per cui del doman non v’è certezza. Navigano più o meno tutti in quel laghetto vagamente liberaldemocratico e sicuramente centrista in attesa di un porto sicuro. Hanno come opzione minima quella di completare la legislatura. E un sogno nel cassetto, trovare un posto al sole nelle prossime elezioni. Raccontano che, per complicare un quadro che vede schierati ben sei potenziali leader che la pensano diversamente su tutto (Alfano, Verdini, Cesa, Quagliariello, Fitto, Tosi), un paio di settimane fa i senatori Marino Luigi e Di Biagio Aldo siano partiti lancia in resta alla disperata ricerca di una pattuglia da affiancare a Pier Ferdinando Casini, fresco di divorzio da Lorenzo Cesa. «Facciamo un gruppo», avevano detto ad alcuni colleghi alla fine di gennaio. Dopo i primi dieci giorni di febbraio, l’asticella si era già abbassata. «Vedrete, al sottogruppo ci arriviamo». Sono passate altre due settimane, neanche il sottogruppo si è materializzato.
I nuovi transfughi
Sono gli stessi tormenti che sta vivendo il gruppo di Denis Verdini. Che, dopo la vittoria del No al referendum, s’è trasformato da garante della sopravvivenza del governo Renzi a raccoglitore di anime in cerca di un perché. Riccardo Conti, amico di una vita del senatore toscano, e Giuseppe Ruvolo, impiegato Enel arrivato al Senato con Berlusconi, quel «perché» l’hanno trovato nell’Udc. «Vogliamo costruire il Ppe italiano alternativo alla sinistra e al populismo di destra», hanno scritto in un bigliettino recapitato a mezzo Ansa a Verdini. E tanti saluti. Ciro Falanga, insieme all’alfaniano Massimo Cassano, si è invece messo a tampinare Niccolò Ghedini ostentando una nuova folgorazione sulla via di Arcore. Un’operazione che avrebbe fatto imbufalire mezza Forza Italia, come ha certificato Gasparri giorni fa in una riunione di partito: «Prima se ne sono andati, ora si preparano a chiedere posti da capilista, come se nulla fosse».
Nel silenzio dei corridoi di Montecitorio, di fronte a quello «spettacolo di disperazione», c’è chi si consola col poco o tanto che ha. «Loro sono disperati, noi no. Una casetta l’abbiamo costruita», sorride Maurizio Bianconi, già tesoriere del Pdl, che abbandonò Berlusconi e Verdini insieme a Fitto «perché inorridivamo all’idea del Patto del Nazareno». Adesso, e qui si fa serio, «io sono uno che si fa dire qualsiasi cosa. Ma se anche per scherzo qualcuno scrivesse che torno con Verdini o con Berlusconi, ecco, quel qualcuno lo trascinerei dritto in tribunale». E sorride, mostrando il simbolo di Direzione Italia, il loro contenitore nazionale che punta a un accordo con Salvini e la Meloni.
La ricerca di leader
«Tutti questi presunti leader del centro, alle prese con decine di peones erranti, sono come il generale della barzelletta. La sa la barzelletta, no?», scandisce il senatore Paolo Naccarato, allievo di Cossiga, del gruppo Grandi autonomie e libertà. «C’era quel generale che telefona ai suoi colonnelli e dice: “Li ho fatti tutti prigionieri”. “E portali qua, no?”, gli rispondono. “Non posso”, ribatte lui. “Non mi fanno venire”. Per questo io penso che servano altri leader». E aggiunge: «Ho iniziato a parlare con Sgarbi, mio amico dai tempi di Cossiga. Mi chiede se è possibile che nascano dei gruppi di Sgarbi al Senato, prima della fine della legislatura?». Chiediamolo. E Naccarato. «Bella domanda. La mia risposta è: “Tutto è possibile”».