ItaliaOggi, 28 febbraio 2017
Diritto & Rovescio
Stefano Graziano, 45 anni, già presidente del Pd della Campania, finì coinvolto in una brutta vicenda giudiziaria: venne infatti accusato, il 26 aprile 2016, del gravissimo reato di concorso esterno in associazione camorristica oltre che di corruzione elettorale. Dalla prima imputazione venne prosciolto nel luglio del 2016 per decisione della Dda da Napoli. Adesso è stata archiviata anche l’accusa di corruzione elettorale. Nel frattempo, oltre a perdere l’importante incarico politico (Graziano si era spontaneamente dimesso) il dirigente campano del Pd è stato investito da una bufera polemica alimentata dai soliti ammiratori delle manette sempre e comunque. «Ho subìto», dice Graziano, «un’aggressione mediatica e politica incredibile». Graziano prosegue: «È impensabile che un avviso di garanzia produca una gogna del genere, una condanna senza appello. È come se un autotreno mi fosse cascato addosso». La rimostranza è condivisibile. Purtroppo Graziano è stato investito da un malcostume che il suo partito ha coltivato appassionatamente da Mani pulite in poi. La demonizzazione degli «avvisati» non è solo di certa stampa ma si è infilata anche nelle leggi.