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 2017  febbraio 27 Lunedì calendario

Mi manda Bolt. Intervista a Wayde Van Niekerk

C’è così tanta atletica nel suo primato del mondo dei 400 che i margini tradizionali non tengono, c’è così tanta bellezza che la ribalta e lo spettacolo stesso si squarciano, si spaccano come calpestati da un gesto ancora più grande. Forse perfetto. È come un quadro che esce dalla cornice, quella gara olimpica di Wayde Van Niekerk. Come il 19”19 di Bolt nei 200 di Berlino 2009, sbugiarda le tabelline. Funziona così: quando lo sport diventa poesia cinetica qualcosa non torna. Saltano i parametri. «A luglio compio 25 anni. Non so se sarò io a scendere sotto i 43”, ma so che se non lo ritenessi possibile sarebbe meglio cominciare a giocare a ping pong». E poi c’è quel profumo di donna che allieta i sensi, che dà a quella gara un tenero e affettuoso respiro, di famiglia allargata. La sua coach, Ans Botha, 75 anni, la sua fidanzata Chesney con promessa di matrimonio maturata a Natale, e sua madre Odessa Swarts, giovane atleta dal grande futuro, ma purtroppo in un paese, il Sudafrica, che non aveva ancora riacceso la luce della tolleranza.
Com’è che chiamavano sua madre?
«La donna che correva come un cavallo. Non era solo un complimento. I non bianchi ispiravano sempre immagini animalesche. Era un modo per confinarli anche nello sport. Non erano molti prima del ‘94».
Wayde, lei venne al mondo di corsa. Mise persino il fiato sul collo della gestazione della sua povera mamma...
«Sono nato undici settimane prima del previsto. Ma non credo di essermi allenato per questo».
Il risultato della sua prematura comparsa fu che i suoi genitori erano convinti che sarebbe morto o avrebbe sviluppato serie disabilità.
«Mi hanno tenuto nell’incubatrice per settimane temendo il peggio».
Adesso lei dona stabilmente soldi per aiutare il Groot Schuur Hospital di Tygerberg che l’ha tenuto in vita. E in discreta forma.
«È gente che merita molto a prescindere da me, sono quell’anima colta, evoluta e moderna del nuovo Sudafrica».
Corre anche per vendicare sua mamma che smise presto?
«Ho sempre desiderato restuirle quel senso di orgoglio sportivo che le era stato tolto. Anche se mia madre non mi mai ha cresciuto come un atleta tout court, i miei risultati non erano mai solo una “race thing”. Diceva che a essere tutto pista e niente fuori si rischia l’alienazione».
E la sua coach, la “nonna” Ans?
«È la conferma che l’atletica non è mai uno sport individuale. Lei è la causa delle mie felicità agonistiche. Una gara non vuole pensieri, che diventato zavorre. Ma emozioni sì. E i nostri allenamenti sono una combinazione di emozioni, fatica, umanità, silenzi».
Molto importanti questi silenzi, ci diceva “nonna”. Diceva: il momento più importante dell’allenamento è quando in campo regna il silenzio totale: perché il corpo dell’atleta deve parlare.
«E poi c’è la cultura didattica di non programmare mai una preparazione uguale all’altra. Ogni anno è diverso. In campo è sempre una sfida. Siamo più stimolati. In questo modo testa e corpo non si abituano mai».
Ma che “bestia” è il 400?
«È una corsa che cambia pelle a ogni metro e tu devi far finta di niente, devi restare fluido. Il 400 è tuo amico, poi diventa nemico, poi ti sembra che si sia pentito di averlo fatto e invece nel finale torna a odiarti. Più che correrlo va sconfitto. Il 400 non prevede vie d’uscita. “No easy way”. Non esiste un modo dolce di affrontarlo. Prima o poi muori, se sbagli una sola cosa, se sei troppo aggressivo nel momento sbagliato, ti mangia. A Pechino ho vinto l’oro mondiale nel 2015. Poi mi hanno portato via in barella. Ti spaventi pure».
L’elemento più importante?
«La decontrazione della tua intera struttura. Nel 400 ma anche nel 100, vince che ha le guance flosce e i piedi brillanti sino alla fine. Vince chi molla, chi si lascia andare».
E lei cos’ha fatto per decontrarsi a Rio, al punto da diventare il primo a ottenere un record del mondo in ottava corsia?
«Ho visto la prima giornata di Premier e il mio Liverpool che batteva l’Arsenal 4-3. Mio fratello tifa Arsenal. Per un attimo ho pensato che quest’anno potessimo farcela. Poi il Chelsea...».
In autunno è tornato a Liverpool e si è fatto fotografare con Klopp, Gerrard e Coutinho.
«Sa che all’inizio Klopp non mi convinceva? Invece prima o poi porteremo a casa qualcosa proprio con lui».
Gioca a pallone?
«Non è molto consigliato a chi fa atletica. Ma d’inverno la coach ci lascia qualche venerdì libero. Sì gioco, mi diverto, poi rifletto: ma che razza di schiappa sono?» 
Sente spesso Bolt?
Spesso, anche dopo Rio. Per me Usain è una continua fonte d’ispirazione».
Usain lascerà veramente dopo i Mondiali di Londra?
«È possibile, ma non lo darei per scontato».
E lei a Londra correrà 200 e 400?
«Vorrei proprio».
Dicono sia lei il candidato a ereditare lo scettro di Bolt nei 200.
«Parole grosse, non le pare?»
Perché?
«Perché non esiste un erede di Bolt. Esisteranno degli occupanti del suo posto. Me compreso».Da quattro anni viene ad allenarsi a Gemona.«Abbiamo ereditato il campus da Pistorius. Ho trovato affetto, sorrisi. Magari voi non ci fate caso, ma siete un popolo accogliente e io mi sento un po’ friulano. L’Italia è l’unico luogo al mondo in cui la mia “homesick” si stempera un po’».
Il doping quanto brucia dell’atletica, creando disillusione?
«Tanto. Ma noi l’antidoping ce l’abbiamo dentro. Dovremmo eliminare il problema vivendo per quello che siamo: puliti. Se l’atletica non è ancora uno sport di altissimo richiamo lo dobbiamo a chi imbroglia e delude la gente».
Quando tornerà a gareggiare?
«L’8 marzo in Sudafrica. Prima uscita internazionale a giugno. Forse al Golden Gala. Decideremo in settimana».
Nel suo dopo-atletica cosa farà Wayde?
«Mi piacerebbe entrare nel mondo dell’informazione. Vorrei contribuire a migliorare le cose. Non tutto va a meraviglia».
E quanto durerà la sua carriera?
«I 400 straziano l’organismo, portano sublimi devastazioni. Comunque il mio futuro è nelle mani di Dio...ma forse un po’ anche nei miei piedi».