il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2017
Bucarest, la corruzione e l’ombra di Ceausescu
Forse saranno due firme del presidente rumeno a placare la rabbia di Bucarest: Klaus Iohannis ha deciso di ratificare l’ordinanza 13, la legge “salva ladri” miccia delle proteste iniziate il 31 gennaio, e poi l’ordinanza 14, che rende nulla la precedente. Iohannis ha nominato anche un nuovo ministro della giustizia al posto del dimissionario Florin Iordache: Tudor Toader, ex giudice della corte costituzionale, e a lui spetta ora quella che i media rumeni chiamano già ingrata missione. Sono state rese pubbliche anche le ultime indagini del procuratore capo anticorruzione, Laura Kovesi: riguardano 1300 rinviati a giudizio, hanno causato un danno di 260 milioni di euro, tra loro ci sono 3 ministri, 17 parlamentari, 16 magistrati. Adesso è soprattutto il destino di Liviu Draganea, presidente del partito dei socialdemocratici Psd al potere, ad essere sempre più in bilico senza un decreto che depenalizzi i suoi reati.
Intanto Piata Viktorei, piazza della Vittoria, continua a riempirsi. “Fare o non fare, non c’è provare”: lo urla Yoda di Guerre stellari contro Dragnea. C’è scritto sul cartello disegnato che è in mano al bambino, l’altra mano la stringe a suo padre. “Questa per lui è una lezione, gli sto insegnando oggi che è giusto protestare, la sua generazione sarà libera”. Matei ha 12 anni, è nato in Irlanda, dove Iulio lavorava come programmatore, parte della diaspora rumena che torna a casa. “Ricordo quei giorni, quando sono venuti a casa i miei amici, hanno detto Ceaucescu è morto, pensavo fosse uno scherzo, lo pensava tutta la Romania” dice Iulio. Questo Paese ha terribilmente paura che la storia cominci a scorrere all’indietro, per questo la generazione sotto zero è ancora qui in piazza.
A molti la protesta sembra rumore inutile, ad altri una resurrezione della rivolta del 1989. Almeno un’eco, che onora i morti di allora, cantandone lo stesso inno.
I figli della rivoluzione stanno portando qui i loro figli. “Ci siamo da quella notte furiosa del 31 gennaio, della legge 13, proposta di nascosto al Parlamento”. “La storia è lunghissima”. Ma George Stancu, ogni notte qui, sa riassumerla: “Uno scaffale vuoto: questo era il comunismo. Comunismo in Romania è una parola che vuol dire mancanza: mancanza di diritti civili, di libertà, mancanza di cibo. Vuol dire fila: per un pezzo di pane fila di due ore, per la carne tre giorni, per la benzina 15 giorni. Rimanevi in auto, a motore spento, al freddo o al caldo. I negozi erano vuoti, le medicine erano un sogno, il riscaldamento non c’era. La tv aveva un canale solo, funzionava un’ora la mattina, una la sera. Questa storia è lunghissima”. Mostra una pagina Facebook, si chiama File de istorie, pagina di storia, il titolo dell’album è “paradiso: lo chiamavano così, dicevano che quello che ti ho appena descritto, era il paradiso. Ora la libertà, la vita che abbiamo sognato dopo la rivoluzione, non è arrivata, sono sicuro che noi non la vedremo”.
La tv non è più a un canale solo, ma a dire che sono teppisti pagati per essere qui ogni sera è Romania TV, di proprietà di un ex politico ora in galera, Ghita Sebastian, e il canale Antenna 3, di Voiculescu Dan, 60 milioni di euro di danno allo Stato rumeno secondo il tribunale, finito in carcere per riciclaggio di denaro. Quelli che sono qui non ricordano le lacrime di dolore versate durante la dittatura, solo quelle di gioia versate per la sua caduta dai genitori: quando Televiziunea Romana informò che Ceaucescu era stato eseguito. “Io sono qui oggi – aggiunge George – perché ieri non c’ero. Non ho protestato mai in 41 anni: non nel 1989, non nel 2015 per l’incendio del Club Colektiv, non ho protestato fino a 5 minuti prima del 31 gennaio, quando tutta la città si è riversata spontaneamente in questa piazza. Lo sappiamo che non cambieremo niente, non si dimetteranno, ma devono sapere che capiamo, che non è come allora”.
Allora era il 1968 e Ceaucescu, da “comunista di secondo rango”, diventa il re socialista della Romania con un “no”. È dal balcone di un palazzo del potere che diventa l’uomo più potente del paese, quando sfida l’Unione Sovietica condannando l’occupazione della Cecoslovacchia, che “costituisce un grosso errore, pericolo per l’Europa, minaccia per il socialismo nel mondo”. L’epoca delle folle inizia per Bucarest. Anche la fine di entrambi coinciderà.
È sempre su un balcone, quello del palazzo del Comitato Centrale, che, vent’anni dopo, Ceaucescu diventerà uomo morto che cammina in diretta tv, un vecchio paralizzato dalla paura, quando la piazza gli si rivolterà contro, tra i sussurri della moglie Helena, che gli suggerisce per calmare fischi e boati: “promettigli altri cento lei”.
In quel dicembre 1989 sotto il balcone c’era quel popolo che viveva nei serpenti grigi e paludosi dei blok, lui, fino ad allora, era rimasto chiuso nel palazzo più grande del mondo, nella nazione più povera d’Europa, oggi sede del Parlamento. Dietro di lui c’era Helena, l’analfabeta organizzatrice di finte scoperte scientifiche, che non si vergognò mai: anzi, vergogna fu la parola che urlò ai suoi boia prima di essere fucilata insieme al marito. “They show no shame”: è una parola che ti ripetono oggi della loro classe dirigente, in quell’inglese di ritorno dei migranti, imparato in paesi europei in cui hanno cercato una vita migliore.
“Nel 1989 noi l’abbiamo finita, ma ad iniziarla chi è stato?”. Contro Ceaucescu c’è stato un coup militare, organizzato da Securitate, fazioni di partito, il KGB? I rumeni si chiedono spesso come iniziò davvero quella rivoluzione.
Quando le pallottole di soldati semplici con l’ordine di uccidere misero fine alla dittatura e alla vita dei Ceaucescu, la piazza pensò di aver vinto, capendo solo mesi dopo che a un dittatore corrotto, si era sostituito il sistema che fino ad allora lo aveva sostenuto.
Negli anni 80 per le connessioni e ambizioni dell’ingegnere di partito Ion Iliescu con Mosca e Cremlino, quando Gorbacëv visita Bucarest, Ceaucescu dà ordine che venga allontanato dalla città. Che Iliescu volesse riempire la sagoma lasciata vuota dal dittatore, forse era chiaro già prima della rivoluzione. Iliescu si appropria del potere con il Fsn, Frontul Salvari Nationale, e il primo ad augurargli buona perestroika è proprio Gorbacëv. Quando scoppia la guerra civile che semina morte per le strade della Capitale, Iliescu, che vincerà le elezioni in maniera plebiscitaria, subirà la stessa metamorfosi del suo predecessore: da comunista di secondo rango, diventerà salvatore del Paese sull’orlo del caos, l’uomo che ripristinerà “l’ordine democratico”. La prima protesta contro l’Fsn si svolge proprio qui, in questa piazza, quasi trent’anni fa, la repressione più sanguinosa si svolgerà invece a Piata Universitati. Da febbraio a giugno 1990, 5mila nella prima, 4mila nella seconda, 10mila nella terza, furono i minatori della valle di Jiu a sud, richiamati a Bucarest per bastonare a morte gli studenti nelle cosiddette mineriada. Il risultato del massacro brutale delle spranghe dei minatori alleati della polizia fu di centinaia di feriti, decine di morti, mille arresti mentre la tv rumena diceva che i disordini erano causati da “terroristi”, un complotto filonazista, poi anche “mafia zingara”. O dai golan, i teppisti. Iliescu gang voleva la pace: “la pace per rubare”. I minatori furono ringraziati pubblicamente da Iliescu, che è stato il primo presidente della Romania dal 1990 al 1996 per due mandati, per la terza ed ultima volta dal 2000 al 2004. Oggi è presidente onorario del contestato Psd.
Hanno provato a processarlo per i fatti di Bucarest più volte senza riuscirci, è seguita una critica della Corte dei diritti umani nel 2014, più o meno a quando risale l’ultimo tentativo di accusarlo di “crimini contro l’umanità nel periodo di transizione alla democrazia”. Ha provato a farlo una donna e questa donna è sempre Laura Kovesi, a capo della Directia Nationala Anticoruptie, sostenuta e invocata dalla piazza di oggi.
Forse sarà questa seconda rivoluzione a dare pace alla prima. Guvernul mafiot, cod rusu de sobolani. Il governo mafioso dei ratti rossi: Victorei la chiama così la piaga dei corrotti che avanza con le sue metastasi da allora e continua ad allargarsi in un corpo marcio. Da Ceaucescu di ieri, Iliescu dell’altroieri, al presidente del Psd di oggi. K.O. Dragnea: work in progress c’è scritto sui loro cartelli. “Abbi speranza nella democrazia e nei weekend” si dicono di notte quando rimangono davvero in pochi e ti raccontano queste storie. “Ancora oggi non sappiamo cosa sia successo allora, ancora oggi nessuno ha pagato per le golaniada”, un altro modo per chiamare le mineriada.
Dal 1989 al 2017 l’asta del tricolore bucato è diventato il testimone di passaggio d’epoca tra generazioni. Se piazza Vittoria resisterà altri venti giorni, la protesta sarà più lunga di quella prima rivoluzione post comunista. La corruzione e l’impunità rumene sono endemiche, ti spiegano, ma lo sono anche le speranze di Bucarest.