la Repubblica, 27 febbraio 2017
Promesse e limiti delle nuove sinistre
SI CHIAMERÀ dunque “Articolo 1 – Movimento democratici e progressisti” la formazione nata dalla scissione del Pd. Spiega Roberto Speranza: «Serve una nuova radicalità. Dobbiamo avere il coraggio di essere forza di governo». Resta da scoprire il contenuto programmatico di questa nuova radicalità.
Una radicalità che non senza ragione innalza il lavoro e i giovani a priorità assolute. Solo così si comprende il vero, grande contrasto tra la maggioranza del Partito democratico e la sua minoranza, al di là della profonda avversione di quest’ultima per Matteo Renzi. In verità, la creazione di questo movimento volto a ricostruire un nuovo centro-sinistra si inserisce in un processo generale, che coinvolge parte della sinistra europea, quali che siano i sistemi elettorali e l’organizzazione dei partiti. In Portogallo il governo socialista al potere è sostenuto da una coalizione parlamentare che raduna ecologisti, comunisti e altre formazioni di estrema sinistra: un’esperienza seguita da vicino da molti responsabili della sinistra europea, che l’hanno eretta a modello. In Spagna Pedro Sanchez, recentemente estromesso dalla direzione del Partito socialista operaio spagnolo, tenta di riconquistarlo proponendo un’alleanza con Podemos e i sindacati. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn usa argomentazioni di sinistra che seducono i giovani militanti, ma non convincono gli elettori. In Francia, Benoît Hamon ha vinto le primarie presentando nel suo programma un mix di proposte classiche della sinistra e di misure ecologiche e “post-moderne”, in base al presupposto che la civiltà del lavoro sia ormai finita. Ha firmato un accordo coi Verdi, ai quali ha fatto una serie di concessioni, in cambio della rinuncia del loro candidato a presentarsi alle presidenziali. E cerca ora – ma senza molte prospettive – di ottenere l’adesione di Jean-Luc Mélenchon, rappresentante della sinistra estrema. In tal modo sposta il suo partito verso sinistra, facendo infuriare la sua ala riformista che guarda sempre più verso Emmanuel Macron. Anche in Germania, in vista delle elezioni del settembre prossimo, il social-democratico Martin Schulz si presenta come “l’uomo nuovo” (non avendo fatto parte dei governi di coalizione), e pur non rinnegando le riforme degli anni Novanta promosse da Gerhard Schroeder spiega che è venuto il momento di aprire una nuova fase di politiche più sociali.
Esiste dunque la tentazione di radicalizzare la sinistra, riconducibile a motivi specifici per ciascun Paese, ma anche a una serie di fattori comuni: gli scarsi risultati dei governi della sinistra riformista, la persistente disoccupazione, soprattutto nell’Europa del Sud, Francia compresa, le disuguaglianze sempre crescenti, il disagio democratico, la delusione nei riguardi dell’Unione europea. Sta emergendo un nuovo paesaggio politico, con formazioni come Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, La France insoumise, Die Linke in Germania, e coi partiti socialdemocratici e socialisti che riorientano le loro strategie, come in Portogallo, in Gran Bretagna e in Francia. Quello della Spd tedesca è un caso particolare, dato che per il momento Martin Schulz sta portando avanti una manovra tattica, piuttosto che un cambiamento di fondo della politica del suo partito.
Questa sinistra emergente è attraversata da profondi contrasti, ma presenta anche vari punti di convergenza. I suoi adepti dichiarano di incarnare la “vera” sinistra – o il “vero” centro-sinistra nel caso dell’Italia: espressioni usate come totem identitario al fine di mobilitare tutti coloro che continuano a fare riferimento a quella cultura politica. E tutti, rispondendo ai loro avversari che li accusano di barricarsi nella protesta, sostengono di essere anche forza di governo.
È indubbiamente su questo punto che la sinistra radicale manca gravemente di credibilità. Spostare la barra a sinistra vuol dire far fuggire i moderati, e andare incontro a un insuccesso elettorale.
Questa sinistra avanza proposte spesso irrealizzabili, col rischio di provocare gravi delusioni, se mai arrivasse al potere. D’altra parte, tranne qualche eccezione, per il momento non sembra attirare le fasce di popolazione più bisognose e meno istruite, che nella maggior parte dei Paesi europei hanno abbandonato la sinistra in tutte le sue espressioni per ripiegare sull’astensionismo; oppure votano per formazioni populiste nettamente di destra, o per quelle che si dichiarano né di destra né di sinistra. Infine, molto spesso questa sinistra si mostra estremamente critica – anche se in misura minore in Italia – nei confronti dell’Ue, in un momento in cui la questione europea sta diventando esplosiva e cruciale; ed è oggetto di un travaglio profondo in tutte le forze politiche, contrapponendo gli europeisti – che però vorrebbero riformare l’Europa – agli anti-europeisti, fautori di un ripiegamento nazionale e protezionista. Neppure la sinistra radicale si sottrae a questo dilemma, e dovrà imperativamente scegliere da che parte stare. E ciò non mancherà di frenare la sua attuale dinamica e di indebolirla.
Traduzione di Elisabetta Horvat