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 2017  febbraio 27 Lunedì calendario

Sudafrica, azioni di guerra per uccidere i rinoceronti. Vengono feriti anche i turisti

Mezzanotte, terrore nel parco. Sbucano di colpo, in gruppo. Sono venuti ad ammazzare le bestie e sono pronti a farlo con gli uomini. I mitra sui turisti, una ragazza scelta a caso e stuprata davanti a tutti. «Più che bracconieri – dicono i ranger – pensavamo fossero terroristi». In fondo lo erano: al Thula Thula Rhino Orphanage, ultimo paradiso del rinoceronte nero, l’arca sudafricana resa famosa dai libri di quel Noè dell’ambientalismo che fu Anthony Lawrence, la settimana scorsa è andata in scena un’azione di guerra. Sette armati che puntavano a Gugu e Impi: i due cuccioli di rinoceronte in riabilitazione nei recinti, il primo ammazzato all’istante e l’altro lasciato ad agonizzare fino all’alba, il corno strappato da vivo. Con un messaggio al mondo: ecco che succede a chi si mette contro di noi. Hanno picchiato le guardie, una è grave all’ospedale. Hanno messo al muro i volontari europei che lavorano al parco. Infine, hanno violentato tutt’e sette una studentessa svedese di 20 anni, ancora ricoverata e sotto choc. «Erano scatenati: quando se ne sono andati, ci siamo stupiti ci avessero lasciati vivi».
Mai vista una cosa del genere: «Il Ground Zero del bracconaggio», dice la stampa sudafricana. La prima volta in cui si colpiscono con premeditazione anche i non africani. L’attacco a un Paese che dà rifugio all’80% degli ultimi rinoceronti. Ci s’indigna della caccia agli elefanti, ridotti a 350 mila esemplari, ma di rinoceronti si parla poco: ne sono rimasti 29 mila e si stanno estinguendo al ritmo di 700 l’anno. In Kenya, della specie bianca, ce ne sono solo tre. Nello Zimbabwe, il 60% è sparito in pochi anni. Una strage silenziosa, molto redditizia: un corno di 5-6 kg vale sul mercato cinese dai 150 ai 300 mila dollari, contro i duemila al kg dell’avorio d’una zanna. Un mercato che campa sulle credenze popolari: in Asia, il corno di rinoceronte è un afrodisiaco, un rimedio dei dopo-sbornia e perfino contro il cancro. Molte aziende cinesi ne fanno omaggio ai clienti più importanti. Un traffico ben protetto – qualche mese fa, s’è scoperto il coinvolgimento d’un ministro sudafricano – e che punta proprio sull’estinzione: meno animali sopravvivono, più valgono i loro corni. «Un contrabbando relativamente facile – spiega Andrea Crosta, lo 007 italiano dell’Elephant Action League che combatte il bracconaggio internazionale —, la cheratina viene spesso polverizzata, per essere poi bevuta, ed è più facile da trasportare dell’avorio. Capita pure che viaggi nelle valigette diplomatiche: in Somalia, sono spuntate complicità dalla Corea del Nord...».
Ci sono coperture: l’illegalità del commercio internazionale, sancita 25 anni fa, è ora rimessa in discussione proprio da Paesi come il Sudafrica e su pressione dei proprietari di tanti parchi privati, che sognano di mettere a reddito milioni di dollari di corni. C’è impunità: «Gli arrestati sono pochissimi – dice Crosta – e solo il 10% viene condannato. Molti giudici africani sono corrotti, il clima è di tolleranza». Ecco il perché dell’escalation di Thula Thula. «Le indagini di polizia sono nella confusione totale – dice Gilda Moratti, cofondatrice di Eal —. Siamo noi a sostituirci spesso alle autorità, ma stavolta è diverso: questa è una dichiarazione di guerra». Non c’è molto tempo per combatterla: «Ormai, è una delle specie più rare al mondo. Salvarla, sarà dura».