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 2017  febbraio 27 Lunedì calendario

Il grande Magic Johnson torna in campo (da leader). «Salverò i miei Lakers»

NEW YORK Magic Johnson è tornato a casa, dai suoi Lakers. La squadra leggendaria degli anni Ottanta è a pezzi. E allora Jeanie Buss, la figlia del patron Jerry che nel 1979 portò quel giovane talento afroamericano a Los Angeles, lo ha chiamato: «Magic, vieni, abbiamo bisogno di te». E Johnson ha accettato: dal 20 febbraio è il presidente operativo. Ritrova la sua storia sportiva, una goduria per chi c’era, una traccia dolce, esaltante nella memoria popolare dell’America: cinque titoli Nba, il campionato nazionale, la canotta gialla numero 32 ritirata il 16 febbraio 1992, le scarpette All Star imprendibili sul parquet, calzate dal playmaker più alto, ma anche tra i più mobili, potenti, fantasiosi di sempre.
Johnson, oggi cinquantasettenne, è un personaggio universale. Le sue imprese arrivarono anche in Europa, in Italia, mischiate con gli hamburger di McDonald’s, i film di John Travolta, gli slogan dell’ottimismo reaganiano. Uno dei pochi atleti, insieme con Mohammed Ali e Carl Lewis, capaci di distrarre i ragazzini negli oratori e nei campetti dal monoteismo calcistico.
Ma Johnson è stato anche la prima celebrità planetaria a presentarsi, all’apice della fama, davanti a un microfono per dire: sono sieropositivo. Il primo ad aprire pubblicamente i cassetti della sua vita privata, a spiegare che aveva contratto l’infezione Hiv in una delle sue infinite avventure con le donne. Era il novembre del 1991: si era sposato due mesi prima con Kelly, che era incinta. Poteva essere la fine di tutto: la famiglia, la carriera. L’anno seguente Johnson lasciò per la prima volta: molti avversari avevano paura che potesse infettarli. Ma nel 1992 i medici lo autorizzarono a rientrare in campo. Partecipò alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992, con il mitologico quintetto statunitense, «il dream team» che conquistò la medaglia d’oro e la stupita ammirazione di tutti, non solo degli appassionati di pallacanestro.
Sì perché aveva visto giusto suo padre, Earvin Johnson Senior, un operaio alla catena di montaggio a Lansing, nel Michigan, il Nord industriale del Paese, che al quarto figlio passò il suo nome e la passione per il basket.
E aveva avuto ragione anche Fred Stabley, cronista del giornale locale Lansing State Journal, che rimase folgorato da quel fulmine quindicenne, già padrone assoluto del campo. «Ragazzo, hai bisogno di un soprannome – gli disse alla fine di una partita —. Che ne pensi di Magic?». E Magic fu, dalle scuole superiori alla Michigan State University, fino all’approdo nei Lakers.
Il torneo dei professionisti Nba (National Basket Association) è un business di prima grandezza negli Stati Uniti. Johnson arriva al vertice del gruppo dirigente di una squadra importante, portando in dote anche un’intensa esperienza da imprenditore. Ha cominciato nel 1987, quando era ancora in attività. È partito con un circuito di sale cinematografiche nei quartieri neri di Los Angeles. Poi sempre qui aprì 30 negozi Burger King, una catena di palestre. E infine 100 caffetterie Starbucks: fece cambiare anche i menù e la musica; il suo pubblico nero voleva meno «light rock», più R&B e Michael Jackson.
In parallelo non ha mai smesso di occuparsi della prevenzione dell’Aids, con la sua «Magic Johnson Foundation», costituita nel 2010. Vota democratico da sempre, ha appoggiato Hillary Clinton, ma con la sua fondazione ha collaborato anche con il presidente repubblicano George W. Bush. Ed ora eccolo lì, sulla tribunetta dello stadio dei Lakers, spesso con la camicia a scacchi sotto la giacca grigia, con il viso più gonfio, sorridente. Forse ancora Magic.