Corriere della Sera, 27 febbraio 2017
Cosa vuole il presidente?
«La storia ha le sue stagioni e ora sta arrivando l’inverno»: sono le parole conclusive di un documentario di Steve Bannon di qualche anno fa, non sue frasi recenti. Ma forse è questa la sintesi migliore del pensiero del consigliere più influente di Donald Trump, un vero presidente-ombra secondo molti. Un mese di decisioni di rottura della Casa Bianca, di infortuni, di scontri con la stampa, di reazioni minacciose a ogni indiscrezione, sono solo l’inizio del processo «dal quale nascerà un nuovo ordine politico» (parole di Bannon).
Quale? Lo illustrerà domani lo stesso presidente davanti al Congresso in seduta congiunta in una sorta di Discorso sul Futuro dell’Unione. Ma gli interventi di Trump, si sa, sono sempre pieni di invettive, incisi, salti logici. E magari sono seguiti da un paio di «tweet» che spostano l’attenzione altrove.
Cambio di rottaQuello che abbiamo visto fin qui sembra il tentativo di sostituire l’attuale sistema liberale con un regime nazional-populista. Formula generica per andare oltre la quale possiamo usare due bussole. La prima riguarda l’atteggiamento del presidente. I predecessori, forti del controllo del Parlamento, iniziavano il mandato moderando i toni della campagna e preparando leggi con le Camere. Trump ha, invece, scelto la strada «insurrezionale» dei decreti esecutivi presidenziali emanati a raffica e della destabilizzazione del sistema politico e amministrativo con scelte sempre più estreme, alzando i toni dello scontro coi «media» e con le strutture dello Stato che cercano di mantenere la loro indipendenza.
Il leader può accanirsi contro la stampa perché non trova ostacoli sul piano politico: democratici in crisi e repubblicani che non lo contestano. Lui ha addirittura espugnato la Cpac, la fortezza dei conservatori che l’aveva sempre tenuto ai margini. Si è sentito talmente forte da imporre una nuova linea che solo due anni fa, a destra, sarebbe stata considerata l’effetto di un’allucinazione: «D’ora in poi il partito repubblicano sarà il partito dei lavoratori».
L’ideologoL’altra bussola è lo stesso Bannon. Demonizzarlo per quanto detto in passato su razza, sesso e Islam è giustificato, ma non ci aiuta a capire quello che sta accadendo oggi. E, forse, mentre le strade d’America si riempiono di manifesti che chiedono l’«impeachment del presidente Bannon», bisogna anche mettere da parte l’immagine del perfido ideologo, il burattinaio che trama nell’ombra: un’immagine che lui stesso ha alimentato paragonandosi a Darth Vader.
La chiave di lettura l’ha offerta lo stesso Bannon con le parole e gli atteggiamenti della sua partecipazione, qualche giorno fa, alla Cpac. Che sia o no un Rasputin, la sua centralità è emersa quando si è presentato sul palco insieme al capo di gabinetto Reince Priebus, l’uomo del partito che doveva bilanciare la sua presenza alla Casa Bianca: un intellettuale dinamico, spregiudicato, pieno di idee, contro un funzionario nervoso e incapace di articolare un pensiero originale.
Ma sono soprattutto le parole di Bannon che aiutano a capire: l’uomo delle tenebre stavolta è stato molto chiaro: a chi è spaventato dall’instabilità nella quale è precipitata l’America nel primo mese della presidenza Trump ha spiegato che questo è solo l’inizio: «Il clima non migliorerà, anzi andrà peggio ogni giorno perché i media globalisti e corporativi si oppongono in modo categorico all’agenda nazionalista di Trump. Se pensate di potervi riprendere il vostro Paese senza combattere, fate un errore madornale: sarà scontro continuo». I nemici, oltre alla stampa, sono le strutture dello Stato regolatore, ma non solo: «Vogliamo demolire lo Stato amministrativo. Se guardate chi sono i ministri scelti da Trump, capite che sono lì per una ragione: demolire».
Il populismoQuanto alle ideologie, meglio lasciar perdere l’accusa di fascismo: Bannon ha radici culturali nell’estrema destra (come la radicale anti-islamica Pamela Geller, che era stata messa all’indice e considerata un pericolo per l’America dallo stesso Trump, prima di finire sotto l’influenza di Bannon), ma si definisce anche un leninista («come Lenin voglio distruggere lo Stato»). Il suo tratto essenziale, insieme al populismo economico, è il nazionalismo: «Siamo una nazione con un’economia, non un’economia globale con le frontiere aperte che magari è anche una nazione».
Il pericoloI conservatori della Cpac, sacerdoti del «free trade» che qualche anno fa lo avevano cacciato dalla loro conferenza, si sono spellati le mani ad applaudirlo, mentre gli analisti politici americani hanno sezionato il suo discorso sottolineandone la pericolosità.
Non è detto che lui sia la mente e Trump il braccio come sostengono molti: Bannon vuole bastonare le grandi «corporation», il presidente sembra seguirlo ma poi fa marcia indietro (ad esempio sull’industria farmaceutica). Ma con un leader umorale che apre mille fronti, deride e minaccia, pronunciando discorsi-sfogo spesso privi di un filo logico, Bannon è almeno un riferimento certo coi suoi discorsi radicali ma non irrazionali. Le radici ideologiche sono di certo confuse e la sua visione ciclica della storia è discutibile. Come, del resto, quella dell’«arco» della storia enunciata dall’ultimo Obama. Ma, almeno, è una visione. Che annuncia gelo invernale per il Paese-guida del mondo.