Libero, 26 febbraio 2017
Meno di un Paese su due rispetta gli ordini dell’Europa
Mal comune mezzo gaudio, recita il proverbio che sembra fatto apposta per commentare la situazione dell’Unione Europea: solo 16 Paesi su 28 della Comunità rispettano i due parametri più importanti fissati a Maastricht, cioè un rapporto deficit/pil non superiore al 3% e un debito pubblico che resti al di sotto del 60%. A confermarlo è l’analisi condotta dall’ufficio studi della Cgia di Mestre che conferma come, nel corso degli anni, le regole fissate all’inizio degli anni Novanta della città olandese si sono trasformate in una sorta di libro dei sogni che pure serve a comminare multe e rampogne ai soliti inadempienti. A partire dall’Italia, anche quest’anno in cima al registro dei cattivi. Ma, come capita a scuola, quando la maggioranza degli allievi non raggiunge la sufficienza, vuol dire che qualcosa tra gli insegnanti o nei programmi, non funziona. Vediamo perché.
Le statistiche ci dicono che c’è una cosa che accomuna i 12 Paesi, grandi e piccoli, che vengono promossi nelle due materie più difficili, cioè debiti e deficit: nessuno ha adottato l’euro, cioè la moneta che impone, in teoria, il rispetto dei parametri. Fa eccezione il piccolo (e ricchissimo) Lussemburgo, il Paradiso fiscale per eccellenza della vecchia Europa. Tra i promossi figurano buona parte dell’Europa dell’Est, a partire dalla Polonia (53,7% il rapporto debito/pil) e alcuni Paesi scandinavi, vedi Svezia (debito/ pil al 41% e deficit allo 0,5%) e Danimarca (debito al 38,3%, addirittura un saldo attivo del 2,2% nel rapporto deficit/pil, ovvero lo Stato ha speso meno di quanto incassato).
Chi partecipa all’eurozona, invece, proprio non ce la fa. Anche se, com è il caso dell’Italia, l’allievo si impegna. Il Paese registra da molti anni un saldo positivo del fabbisogno (cioè spende meno, al netto degli interessi, di quanto i contribuenti versano all’Erario). Non solo. Tra il 2009 e il 2016, l’Italia ha sforato la regola del 3% solo in tre occasioni, nei momenti più drammatici della caduta del pil mentre Francia, Spagna e Regno Unito lo hanno fatto in pratica ogni anno. Alla fine la media del Bel Paese dallo scoppio della crisi ad oggi è del 3,3%, poco sotto la sufficienza. Niente di paragonabile alla pagella di Spagna (-7,9% medio), Gran Bretagna (-6,6%) e Francia (-4,8%).
Tra i Paesi che sperano in una prossima promozione c’è la Germania: il debito è al 68,2% (ancora insufficiente) ma quest’anno il fisco ha incassato più di quanto speso (+0,6%). Ma la stessa Germania, nel 2002-2003 ha potuto godere di una robusta esenzione da Maastricht consentita da Bruxelles. In questo modo ha potuto dare il via ad un robusto piano di investimenti che, combinato con la riforma del mercato del lavoro, ha reso possibile la ripresa. Ora, forte di condizioni valutarie ideali (l’euro è troppo debole per il potenziale dell’economia d’oltre Reno), da questi anni la Germania infrange la regola del surplus di bilancio: secondo le regole non dovrebbe superare il 6%, Berlino è al 10%. L’Unione Europea finge di protestare, ma non prende provvedimenti.
Le note negative, al contrario, piovono solo sulla testa dell’Italia mentre Francia e Spagna hanno rimandato al mittente le critiche fin dallo scorso autunno. Eppure l’Italia ha senz’altro messo a segno, con grandi sacrifici, grossi progressi: se 8 anni fa registravamo un rapporto deficit/Pil del -5,3 per cento (pari a quasi 83 miliardi di disavanzo), nel 2016, secondo le stime della Commissione Europea, l’indice si è attestato al -2,3 per cento (37,7 miliardi).
Difficile non condividere l’analisi di Paolo Zabeo, coordinatore dell’ufficio stufi della Cgia di Mestre: «Delle due l’una: o le disposizioni previste da Maastricht sono troppo rigide, oppure le economie più avanzate d’Europa, dopo tutte le crisi economiche e finanziarie scoppiate in questi anni, non ce la fanno più adeguarsi».
Insomma, i programmi della scuola di Bruxelles non funzionano: le politiche di austerità e di rigore hanno peggiorato i conti e provocato l’aumento a dismisura della disoccupazione e dell’esclusione sociale. Per giunta senza frenare, anzi favorendo la crescita esponenziale del nostro debito pubblico (al 132,8%). Un’ipoteca drammatica, semplicemente insostenibile quando si esauriranno gli acquisti della Bce che danno sollievo alle casse dello Stato e delle banche. Insomma, cambiar rotta è necessario oltre che auspicabile.