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 2017  febbraio 25 Sabato calendario

Il bivacco dei voltagabbana

Come in quella barzelletta che girava in Unione sovietica ai tempi di Kruscev: «Compagno, abbiamo una notizia cattiva e una buona. La cattiva è che il prossimo anno sarà peggiore di questo; la buona è che sarà migliore di quello che verrà dopo». Funziona anche per il parlamento italiano: questo è migliore di quello che uscirà dalle prossime elezioni. Nella legislatura attuale, anche grazie al premio assicurato dal Porcellum, Camera e Senato sono riusciti a garantire una maggioranza ai tre governi che si sono succeduti: litigiosa, traballante e mutevole, talvolta disgustosa, ma pur sempre in grado di non fare mai mancare la fiducia all’esecutivo. Lo ricorderemo come un periodo di stabilità. 
Il prezzo per ottenerla è stato una transumanza senza precedenti, a partire dalla scissione che dette vita al Nuovo Centrodestra, staccatosi da Forza Italia proprio per sorreggere Enrico Letta. Fu solo l’inizio: dal giorno dell’insediamento a oggi ci sono stati 396 cambi di casacca, che hanno coinvolto 268 parlamentari, molti dei quali recidivi. Questione di giorni, forse di ore, e assisteremo a un’altra cinquantina di giravolte: sono i deputati e i senatori che si iscriveranno ai gruppi della Cosa rossa allestiti da Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. Alcuni proverranno dal Pd; altri, seguendo il richiamo della foresta, giungeranno da Sinistra italiana. Il risultato, stavolta, non sarà il puntellamento dell’esecutivo di Paolo Gentiloni, ma un suo ulteriore indebolimento. 
Già oggi, ricorda il sito Openpolis, a Montecitorio ci sono undici gruppi parlamentari, di cui solo quattro riconducibili a una lista che si era presentata alle politiche del 2013: gli altri sette sono figli di partiti e partitini che quattro anni fa non esistevano. Con gli scissionisti del Pd il conto salirà a dodici gruppi e quasi 450 giravolte. E ogni formazione che nasce attinge al fondo messo a disposizione da Camera e Senato e si dota di un nuovo presidente, con relativi privilegi. Alla fine, un parlamentare su tre uscirà da questa legislatura indossando una maglia diversa da quella con cui vi era entrato: se l’astensione aumenta e la politica interessa sempre meno è anche perché simili spettacoli convincono gli italiani che andare ai seggi è inutile. 
Sciogliere il parlamento non risolverà il problema, ma lo aggraverà. Le possibilità che una delle tre forze (il centrodestra, ammesso che si presenti unito, i Cinque stelle e il Pd) possa controllare anche un solo ramo del Parlamento, magari raggiungendo quel 40% dei voti che farebbe scattare il premio di maggioranza alla Camera, sono prossime allo zero. È il motivo per cui si dà per scontata una scomposizione delle alleanze elettorali il giorno dopo il voto. Mentre il Pd di Matteo Renzi e
Forza Italia in
pubblico si azzannano, in privato
già si dicono
pronti al sacrificio per un governo delle grandi intese, con l’apporto di Ncd e qualche altra sigla centrista. I numeri sarebbero nella
migliore delle ipotesi risicati, ma altre alleanze realizzabili non se ne vedono. 
La scissione del Pd rende ora impossibile questa intesa. Per quanto poco possa togliere il partito di Bersani alla ditta madre, basta a rendere utopica l’ipotesi che dopo il voto i parlamentari democratici, assieme ai berlusconiani e ai centristi, possano avere la maggioranza. E nessuno crede che la nuova creatura di sinistra intenda far parte di una coalizione che comprende Forza Italia. Come ha scritto il professor Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore, «sarà molto difficile fare un governo dopo le prossime elezioni. E sarà in ogni caso difficile farlo in tempi brevi. Chi pensa che tra oggi e la data del voto le prospettive possano cambiare grazie a una riforma elettorale di stampo maggioritario si illude. Non ci sono le condizioni in Parlamento». 
Per quello che valgono di questi tempi, i sondaggi confermano. Ieri ne è stato diffuso uno dell’istituto Swg, assai benevolo nei confronti di Renzi. Secondo i ricercatori triestini la scissione costerebbe solo 3 punti al Pd, che avrebbe comunque il 28% dei voti. Ma nemmeno così ci sarebbero i numeri per fare qualcosa: con Forza Italia (12,8%) e centristi (3,8) non si arriverebbe al 45%, che in un sistema proporzionale come è adesso quello italiano corrisponderebbe a una quota simile di parlamentari, comunque lontana dalla maggioranza. Stesso discorso se la coalizione di governo volessero farla gli altri, i “populisti”: Cinque stelle (25,3), Fratelli d’Italia (5,2) e Lega Nord (12,9) si fermerebbero ancora più in basso. Così ingovernabilità, ulteriori scissioni e nuove transumanze sono il regalo che il prossimo parlamento porterà agli italiani. Godiamoci questo, finché dura.