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 2017  febbraio 26 Domenica calendario

Quella strage nata dal patto tra vescovo e sindaco

Una lettera firmata dal vescovo emerito di Rieti Delio Lucarelli fece riaprire nel 2010 il campanile che non andava riaperto. Il campanile a vela della chiesa Santissimi Pietro e Lorenzo di Accumoli, per la quale la Curia aveva ottenuto i soldi della ricostruzione post terremoto 1997. Denaro pubblico che doveva servire per il consolidamento, e che fu speso per altro.
Non è un caso che quello stesso campanile, nella notte del 24 agosto 2016, si è sgretolato e ha bucato il tetto della stanza dove dormiva la famiglia Tuccio. I coniugi Andrea e Graziella, i figli Stefano di 8 anni e Riccardo di un anno.
I Tuccio sono morti di terremoto, e a far precipitare su di loro quel campanile in pietra non sono state solo le scosse. Hanno avuto un ruolo la burocrazia, le omissioni, i gravi errori di chi doveva controllare e non ha controllato. Per ricostruire questa catena di sbagli è necessario tornare un po’ indietro. Al 22 marzo 2010, quando monsignor Delio Lucarelli firma una relazione sulla chiesa di Accumoli inagibile per colpa del sisma dell’Aquila.
«Abbiamo dato corso a interventi di messa in sicurezza per l’eliminazione del pericolo e atti a dare fruibilità al complesso parrocchiale», scrive l’allora vescovo di Rieti, indirizzando la relazione al sindaco di Accumoli Stefano Petrucci e al Commissario delegato del sisma post 97.
Secondo i carabinieri del Nucleo investigativo e i finanzieri della Polizia tributaria, l’intervento in questione era in realtà del tutto inutile. Avevano semplicemente applicato due staffe di ferro su una pietra che si stava staccando, senza neanche aver presentato un progetto approvato dal Genio Civile e senza le autorizzazioni edilizie necessarie. Ma grazie alle pressioni del vescovo, il complesso immobiliare di piazza San Francesco riaprì.
Quel pezzo di carta che porta in calce la firma di monsignor Lucarelli è stato recuperato e inserito nella prima informativa inviata alla procura di Rieti che indaga sui crolli del terremoto del 24 agosto. Sulla base di questa prima sintesi di indagine, che riguarda solo la chiesa Santissimi Pietro e Lorenzo e l’adiacente caserma dei Carabinieri, gli investigatori hanno denunciato all’autorità giudiziaria 15 persone: il vescovo emerito e il sindaco Petrucci (per omicidio colposo e disastro colposo), tutti i tecnici che hanno lavorato sui progetti di miglioramento sismico finanziati con fondi pubblici, l’impresario Marzio Leoncini e l’ingegnere Mattia Buzzi. Qualcuno è accusato pure di truffa ai danni dello Stato. I nomi sono stati anticipati ieri dal Fatto Quotidiano e, con tutta probabilità, saranno i primi a finire sul registro degli indagati.
La lettera del vescovo, dunque. Serviva alla Diocesi di Rieti per convincere il sindaco Petrucci a revocare l’ordinanza di sgombero emessa dopo la scossa del 6 aprile 2009. Era stato il maresciallo capo dei carabinieri, Velasco Sabatini, il primo ad accorgersi che la sua caserma e il campanile si erano pesantemente danneggiati. Poi il Genio Civile con due sopralluoghi a distanza ravvicinata trovò segni di cedimento, che spinsero Petrucci a dichiarare inagibile la chiesa, la parrocchia, il campanile, la caserma dei carabinieri. Su quest’ultima, stavano ancora lavorando gli operai della Impretekna di Leoncini.
La curia reatina, infatti, aveva ottenuto dal commissario per la ricostruzione post 1997 ben 150.000 euro per il miglioramento sismico della caserma, intervento fondamentale anche per la tenuta del campanile adiacente. L’hanno fatto? Stando a quando hanno scoperto gli inquirenti, no. O per lo meno, non hanno fatto ciò che era previsto dal progetto. Dalle macerie spuntano ancora oggi parti di muro senza armatura: non ci sono i tondini d’acciaio. E anche la “chiodatura e cucitura” di un cordolo sotto il tetto pare essere differente dai disegni approvati. Torniamo a sei anni fa. Pur di riaprire ai fedeli la chiesa, la diocesi chiese alla Impretekna di mettere in sicurezza il campanile, ma l’imprenditore si rifiutò perché non esisteva un progetto redatto da un tecnico abilitato. A quel punto, la curia vescovile decise di fare tutto da sola. Si rivolse alla ditta Co.ge.ip di Vallemare di Borbona, la mise a lavorare al campanile e fece scrivere all’ingegnere Matteo Buzzi, figlio dello storico geometra della diocesi Mario Buzzi, la relazione finale dell’intervento. Come detto, due staffe di ferro.
Sufficienti però, per monsignor Lucarelli, a chiedere al sindaco di Accumoli la revoca dell’ordinanza di chiusura. E Petrucci – secondo gli investigatori – obbedì senza neanche verificare cosa era stato fatto al campanile.