il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2017
«Un giorno B. mi palpò le tasche: ‘Nascondi bimbi? Non sei comunista, tu?’». Intervista a Enzo Iacchetti
Albergo romano, tarda sera, un bicchiere di acqua minerale. Unico vizio e solo vezzo di Enzo Iacchetti – 64 anni, attore, conduttore e cantante – la colorata montatura degli occhiali: “Conosce la storia del treno che passa una sola volta nella vita? È una grandissima stronzata. Non l’ho mai aspettato il treno, anche se qualche volta illudendomi ci sono salito. Mi è capitato di farmi rubare i soldi dai discografici, di recitare senza essere retribuito e persino di veder sparire il mio nome dal cartellone, ma non mi sono mai abbattuto perché la mia locomotiva sono sempre stato io. Volevo fare questo mestiere fin da bambino e questo mestiere ho fatto. Con ostinazione, fin da quando mi sbattevo in 4 locali per notte e in pizzeria, gli avventori mi tiravano le patatine o le croste di margherita addosso per divertirsi. Io le raccoglievo quelle croste. E le riscaldavo a casa”.
Dice davvero?
Ogni tanto mi lanciavano anche le monetine. Una sera spostai in fretta le corde della chitarra e usai il buco per raccoglierle. Portai a casa tremila lire. La mattina dopo mi telefonò il proprietario della pizzeria: “Vieni ancora stasera?”, “Certo che vengo”. Non mi sono mai abbattuto o demoralizzato. Alla decima apparizione consecutiva, proprio io che da piccolo parlavo così poco ed ero così educato, i maleducati li facevo star zitti tutti.
Parlava poco?
Buongiorno e buonasera. Ero talmente timido che il direttore della compagnia teatrale di Maccagno, il paese del varesotto in cui sono cresciuto, si presentò a casa dei miei con un obiettivo preciso: “Abbiamo bisogno di un bambino muto per la nostra commedia”. Sul palco salii, ma di stare zitto non avevo nessuna voglia.
E cosa voleva fare?
Cantare. Tra i chierichetti, ragazzini che pur di brillare in chiesa davanti ai fedeli si sarebbero scannati, il mio Si Bemolle non ce l’aveva nessuno. Non vedevo l’ora che fosse messa. Quando partivo scattava quasi l’applauso.
Chi le regalò il primo strumento?
Mio padre. E credo si sia maledetto. Era una vecchia chitarra marcia. Un cesso recuperato da una delle cantine che svuotava periodicamente alla ricerca di damigiane. Me la regalò per scoraggiarmi. La rimisi a posto corda dopo corda. Gli prese un colpo.
Che uomo era?
Era stato ciabattino e poi aveva trovato lavoro al confine tra l’Italia e la Svizzera. Consegnava le bibite a domicilio. Comprò un’Ape e imparò a fare il vino. Se lo faceva inviare sfuso dalla Puglia o dal Piemonte e a sera, con l’alambicco, lo miscelava per imbottigliarlo.
Non è vissuto a lungo, mi diceva.
È morto a 56 anni. Era stato povero, proprio come mia madre, figlia di pastori a mezzadria che facevano la transumanza. Siamo cresciuti in campagna, nelle fattorie senza luce, occupate nei fine settimana da eserciti di zii e nipoti. Papà mi voleva ragioniere perché un bel voto in matematica in pagella lo aveva convinto che avessi il talento di Pitagora.
E la musica?
Non voleva saperne: “È un mondo di puttane, di drogati e di raccomandati”. Aveva i suoi pregiudizi, ma anni dopo posso dire che non aveva tutti i torti. Le ragazze, soprattutto le ragazze, dal letto del produttore passavano, sono passate e passeranno domani. Io qualcuno che per farsi una scopata tira fuori ancora un: “Ti faccio lavorare nel cinema” purtroppo lo conosco.
Torniamo a suo padre?
Quando la maestra di musica gli disse che avrei dovuto frequentare il Conservatorio chiese soltanto: “È a Milano? E chi paga?”, “Dovrebbe pagare lei, signor Iacchetti”.
Non se ne parlava?
Abbiamo sempre avuto da mangiare, ma papà non era tipo da voli pindarici. Aveva stretto la cinghia e sapeva che la concretezza non si ciba di parole. Fino al ’58 abbiamo sofferto. A Natale, con il cuoio, mio padre costruiva ogni anno una barchetta a me e a mio fratello. Cambiava il colore della vela e la pitturava con un’altra tinta. Aggiungeva due mandarini, le spagnolette e il torrone. Poi basta. Era sempre lo stesso regalo. Odio le barche anche per questo.
Come sostituì il Conservatorio?
Con il cabaret. Ancora minorenne andavo a Varese per esibirmi con un trio. Cominciavo a guadagnare e intanto studiavo per diplomarmi in ragioneria. Ci ho messo un anno in più perché mi hanno bocciato per eccesso di cialtroneria. Ero uscito sul balcone del terzo piano per camminare sul cornicione e salutare i compagni. Quando fu l’ora mi diedero un liberatorio 36 e poco dopo partii per la leva, in una caserma punitiva, a Palazzolo dello Stella.
E perché l’avevano punita?
Andavo in giro con una 500 e ci avevo dipinto sopra lo slogan: “Se la patria ti chiama, dille che ripassi!”. Ero un anarchicone e una volta in divisa, la pagai. Centotré notti di guardia su un’altana di 16 metri a meno 15 di temperatura. Nessuna licenza, il confine jugoslavo a 50 chilometri e una gran voglia di dimenticare. Quando ci fu il rompete le righe, tutti i commilitoni portarono a casa un ricordo. Anfibi, coperte, camicie. Io lasciai tutto lì e me ne tornai a casa con i capelli lunghi e i jeans con cui ero arrivato.
Come fu tornare alla vita reale?
Un’amica mi diede una dritta: “C’è lavoro in un’agenzia di viaggi di Lugano”.
Lugano non è il massimo per un anarchico.
Mi dissi: “Alla Globus di Lugano si viaggerà” e andai pensando di riuscire a fare una breve carriera in ufficio per poi visitare il mondo. Invece mi ficcarono in un buco con un poster dello Sri Lanka dietro le spalle, una calcolatrice e un mazzo di fatture. Ogni tanto mi giravo verso il manifesto alla parete e mi dicevo: “Hai sbagliato tutto”.
Come ne uscì?
Dopo 3 o 4 anni, depressissimo, ormai incapace di trovare tempo e voglia per suonare, mi gettai a capofitto una radio libera. La Finanza chiudeva il segnale ogni 3 giorni e noi ci arrampicavamo sulla montagna per rianimare la frequenza.
A fine anni 70 lei entra al Derby.
Il provino me lo trovò Francesco Salvi e ad ammettermi fu Walter Valdi. Facevo le aperture, le chiusure e mancava poco che rimanessi a lavare i bicchieri. Il Derby aveva un criterio di selezione matematico. Non ci arrivavi per caso – io all’epoca suonavo già 3 strumenti e avevo un repertorio di 3 ore – e c’erano in tutto 30 posti. Quando uno dei comici prendeva il volo per la tv o per il cinema, veniva sostituito.
Con chi divise il palco?
Cochi, Andreasi, Villaggio e Jannacci erano già andati via. Abatantuono e Teocoli quasi. Erano rimasti Salvi, Faletti, il Toniella e qualche altro cabarettista. Il pubblico del Derby cambiava a seconda dei giorni. La domenica c’erano le puttane con i papponi. Il sabato, il giorno più bello, un pubblico normale, così numeroso da finire spesso sul palco, il venerdì i boss che interrompevano il tuo spettacolo quando preferivano. Ce n’era uno che arrivava in tuta e dal fondo della sala urlava: “Fammi Blues in Milan”. La gente si voltava e allora intervenivo: “Scusate, ma è un mio amico che vuole ascoltare una canzone”. Avevo anche paura, non lo nego. Certi ceffi incutevano timore.
Il Derby è stato una grande scuola?
C’era gente che ti seguiva e mentre cenava, ruttava. Dovevi imparare a continuare in condizioni avverse e sottostare a certe regole non scritte. Quando arrivava un grande, anche se alle 4 di mattina, dovevi dargli retta. Una notte si presentò Villaggio. Il capo mi disse “Paolo vorrebbe sentirti cantare” e io eseguii. Villaggio sapeva essere cattivissimo: “Lei è capace di riprodurmi La luna è una lampadina di Jannacci”?. Gli cantai quella e altri 4 pezzi. Esausto, si alzò e se ne andò. Erano anni strani, quelli.
Scalò anche lei la montagna del Derby?
Quando anche Salvi e Faletti emigrarono, arrivai in cima e diventai il primo attore in cartellone. Sarebbe stato bello, ma poco dopo la polizia arrivò al Derby per mettere i sigilli. Chi parlò di droga, chi di uscite di sicurezza non a norma. Di fatto mi ritrovai a terra.
Qual era la verità?
E chi lo sa? Al Derby le uscite di sicurezza non erano mai state una priorità. Io non ci avevo mai fatto caso. Vivevo su una nuvola e tendevo a credere a quel che mi dicevano. Ancora adesso, se lei sostiene che qui fuori è atterrato un marziano, io ci credo a corro a vederlo.
Senza Derby, Iacchetti dove andò?
Provai a fare tv. A Rete 4 cercavano un conduttore per Il gioco delle coppie poi affidato a Marco Predolin. Quel provino lo affrontai 4 volte, con 4 nomi e 4 travestimenti diversi. La produttrice Fatma Ruffini mi scoprì e mi scrisse una letteraccia: “Si è comportato male, finché sarò direttrice dei programmi di rete, nella nostra tv lei non metterà più piede”. Di lì a poco Berlusconi comprò Rete 4 e mi ritrovai estromesso dalle tv commerciali. Gli anni 80 sono stati molto duri. La frase più abusata era “le faremo sapere”. Capivo che non ce la stavo facendo e che con il mio repertorio non combinavo nulla. Ci voleva un’idea.
Come le venne?
Conoscendo Costanzo. Gli proposi canzoni bonsai, componimenti demenziali di 20 secondi. A Costanzo piaceva l’idea e gli piaceva che sul palco del Teatro Parioli, ai tempi di Sgarbi che mandava a far in culo chiunque, ci fosse un personaggio non aggressivo. Dopo la prima puntata, Maurizio capì che potevo dargli tanto perché i miei intermezzi gli permettevano di cambiare tono e discorso. Mi chiuse in una stanza e mi fece capire che se mi fossi impegnato sui testi sarei durato a lungo. “Vieni in trasmissione il 12, il 14, il 18, il 21, il 23 e il 27 – mi disse – ti chiudi al Parco dei Principi e io ti do 500 mila lire a puntata”. Mangiavo, bevevo, scrivevo due stronzate e intanto, dentro ridevo. Arrivai a Roma con un rosso in banca di 35.000 lire e in 10 giorni mi ritrovai a 3 milioni.
Del Costanzo show era un perno.
Cominciai a intervenire e a studiare maniacalmente il programma. Lo registravo e poi lo rivedevo mettendo in pausa nei momenti in cui Costanzo interpellava l’ospite. Simulavo una risposta e poi spingevo play confrontando il mio intervento con quello andato in onda. Per Maurizio ero diventato una sorta di psicologo. Una volta, all’epoca della guerra del Golfo, si parlava cupamente di bombe. Costanzo mi chiese: “Lei cosa ne pensa?”. “Credo che anche gli aquiloni pensino che la terra sia appesa a un filo”. L’avevo ascoltata al bar del lago e la ripetei. Ci fu un’ovazione.
Poco dopo arrivò Ricci con Striscia la Notizia.
Il mio unico problema con Antonio è che ho un po’ di sudditanza intellettuale. Quando mi rivolge la parola non so mai se fa sul serio o mi prende per il culo, ma so che parlargli è un privilegio. Lo conosco da 23 anni. Forse è l’uomo più intelligente della tv italiana e oltre a essere la persona che l’ha rimodernata, è anche un provocatore di difficile lettura che senza graffiare non può vivere. Di eredi di Antonio, escluso forse Davide Parenti, non ne esistono.
Ha molti amici nel mondo dello spettacolo?
Pochissimi, si contano sulle dita di una mano. Uno è Diego Abatantuono.
Perché?
Perché non è un bel mondo. L’ho sempre pensato. Alle feste, le prime volte, andavo anche. Ma mi annoiavo tantissimo. Ora dalle discoteche, a meno che non mi diano 15mila euro, mi tengo a distanza.
Che ricordo ha di Berlusconi?
Una sera, prima che entrasse in politica, mi si avvicinò a una festa palpandomi le tasche: “Perché fa così?”, “Per vedere se hai nascosto qualche bambino da mangiare, non sei comunista tu?”. Emilio Fede, sempre pronto a ungerlo e a leccargli il culo, gli disse: “È vero, lui è un comunista” e Berlusconi lo zittì: “Se tu mi avessi portato i soldi che mi ha portato il comunista, l’azienda andrebbe meglio”. Non l’ho più visto Berlusconi, ma mi è dispiaciuto che – anche per pararsi il culo – sia entrato in politica. Fu un peccato. Di tv capiva più di tutti. Al suo posto, comunque, sarei alle Barbados da trent’anni.
A proposito di trentennali, tra poco ci sarà quello di Striscia.
La farò con Greggio. All’inizio mi chiamava Iannuzzi e per senso animalesco del palco, forse, mirava inconsciamente ad annientarmi. Abbiamo trovato in fretta un punto di incontro e da allora, nonostante le tante diversità caratteriali, abbiamo imparato a rispettarci. Striscia è tra le poche cose che farò in tv e poi forse a 70 anni, la tv non la farò più. I giovani cercano spazio. È giusto che ci sia un ricambio, Barbara D’Urso a parte. Lei sarà lì fino a 150 anni perché qualcosa ha capito.
Cosa ha capito?
Che c’è una fetta di italiani che vuole vedere solo trash e sangue. Lei non è Maria De Filippi che ha un altro senso e un altro stile. La D’Urso porterebbe in tv anche il mostro di Düsseldorf. Però io non ce l’ho con lei. Ce l’ho con chi la guarda e con chi non riesce a scegliere di meglio.
Lei ha scelto di fare molto teatro.
Sono stato fortunato e sono arrivato in tv a quasi 40 anni, quando avevo già preso tantissime palate in faccia. Se hai successo a 20 e nessuno che ti vuole bene, anche se hai talento, ti rovini e alla fine sparisci.
Non le è accaduto.
A salvarmi la vita è stato il palco. L’ha fatto quando ero piccolo e farà lo stesso anche in futuro. Ho rinunciato a tanti programmi tv perché – penso a Scherzi a parte – ho capito che gli scherzi erano preparati e Ricci mi aveva avvertito: “Se c’è aria di taroccamento, poi Striscia ti sputtana”. L’annusai quell’aria e non lo feci. Ma non ho rimpianti. Non volevo essere famoso, solo fare il mio mestiere.
Un palco è per sempre.
Presto porterò in giro un testo in cui immagino cosa direbbe Gaber se fosse ancora vivo. Prendo, parto, recito e quando arrivo in teatro trovo 1.000 persone da nord a sud. Gente che mi vuole bene. Anche se non posso dire di essere felice, mi sento molto carico. In fondo mi basta poco.
Quanto poco?
A patto che bagno e lenzuola siano puliti e le persone gentili, un due stelle va benissimo.