Gazzetta dello Sport, 27 febbraio 2017
La dolce morte di dj Fabo
Fabiano Antoniani si trova adesso in una clinica svizzera dove i medici stanno terminando le verifiche che dovrebbero rendere legale il cosiddetto «suicidio assistito». Se i medici non avranno obiezioni da fare, a un’ora che non sappiamo (forse in questo momento, forse domani), i dottori somministreranno a Fabiano due pastiglie di antiemetico, poi una polverina da sciogliere in una bicchier d’acqua. Trenta secondi dopo aver bevuto, Fabiano si addormenterà. Dopo cinque-sei minuti il cuore cesserà di battere.
• Che storia è?
Fabiano Antoniani è un uomo di quarant’anni. Faceva l’assicuratore, poi il promotore finanziario, bel ragazzo, dinamico, sorridente. Andò in India a fare il dj, ebbe un certo successo. Tornò in Italia e prese il nome d’arte di dj Fabo. Tre anni fa, dopo una serata milanese, stava tornando a casa in macchina. Gli cadde per terra il cellulare, continuando a guidare si chinò per raccoglierlo, la macchina sbandò e andò a sbattere contro un albero. Fabiano ne uscì tetraplegico e cieco. I tetraplegici hanno paralizzato il torso, le gambe e le braccia. È quasi un caso unico che insieme alla tetraplegia si perda la vista. Ma a Fabiano è capitato. Ha tentato qualche cura, ma niente. Da un certo momento in poi ha chiesto di morire. Assistito dall’Associazione Luca Coscioni e dal radicale Marco Cappato, ha anche rivolto un appello a Mattarella. Documento terribile, che sta in internet e che comunque risale a un’epoca in cui, sia pure tra enormi difficoltà, biascicando e mangiandosi le parole, Fabiano riusciva ancora a dire qualcosa. Nell’ultimo appello ha parlato al posto suo la fidanzata, Valeria. La cosa ha un risvolto politico perché non abbiamo una legge che regoli il fine vita di chi non ce la fa più e vuole andarsene all’altro mondo.
• Ha un essere umano il diritto di decidere che non vuole vivere più?
È l’argomento dei cattolici. La vita non è tua, ma di Dio che te l’ha data. Solo Dio può togliertela. Con questo ragionamento, al tempo dei tempi, la Chiesa si opponeva anche ai medici che volevano curare i malati, giudicati dei blasfemi che cercavano di opporsi alla volontà di Dio. Adesso c’è una legge in Parlamento - cinque articoli in tutto - sintesi di 16 proposte presentate da varie parti. Dopo tre anni di fermo, doveva andare in aula lo scorso 31 gennaio. Si preferì un rinvio. La Lega ha annunciato 2.500 emendamenti, quelli di Area popolare 1.118. Maurizio Lupi: «La prima conseguenza di un testo così concepito è l’introduzione nel nostro sistema dell’eutanasia passiva, o del suicidio assistito a carico dello Stato. All’art. 3 si fa infatti riferimento alla possibilità di indicare la volontà di interrompere le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali, forme di sostegno vitale». Dall’altra parte si obietta che l’articolo 32 della Costituzione dice: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Anni fa a Genova una donna rifiutò l’amputazione di una gamba e preferì morire.
• Non si potrebbe fare lo stesso nel caso di Fabiano?
I medici dovrebbero smettere di nutrirlo e di idratarlo (fornirgli acqua). Si fece così ai tempi di Eluana, al termine di una battaglia in cui le parti in gioco ricorsero ad ogni tipo di cavillo giuridico per aver ragione. Non nutrire, non idratare risparmia ogni sofferenza? Io non lo so.
• Come si regolano all’estero?
Olanda, Belgio e Lussemburgo sono gli unici ad aver legalizzato l’eutanasia. Ma non accettano stranieri. Svizzera, Canada e Oregon - negli Stati Uniti - praticano il suicidio assistito, che è quello che abbiamo descritto all’inizio. Loro ti assistono, ti stanno vicino, ma la pozione devi bertela tu, da solo.
• Che pozione è?
La procedura è stata spiegata nel dettaglio da Emilio Coveri, 65 anni, fondatore dell’associazione Exit Italia, 3.600 soci, che si batte per legalizzare l’eutanasia ed è stato tentato una volta di farla finita, dopo essere diventato quasi completamente cieco. Ma i dottori svizzeri lo persuasero a desistere. In Svizzera è obbligatorio per il medico lavorare sul paziente per persuaderlo a non uccidersi. Coveri ha spiegato che può accedere alla cosiddetta «dolce morte» - quella che va cercando Fabiano - solo chi è perfettamente in grado di intendere e di volere ed è affetto da una malattia grave, irreversibile, accertata e da cui non c’è speranza di guarire. Bisogna iscriversi a Exit (50 euro l’anno), e mandare le cartelle cliniche, che in Svizzera vengono esaminate da tre medici, tra cui uno psichiatra. Quando questa commissione dà «luce verde» (si dice così) il paziente, che può cambiare idea in qualunque momento, si fa portare in Svizzera. Qui il medico cerca di dissuaderlo e se non ci riesce va in farmacia con la ricetta, registrata dalla polizia, e ordina la dose letale di pentobarbital sodio, la polvere che sarà sciolta nell’acqua. Coveri sostiene che «è una cosa dolcissima, bellissima. Il paziente se ne va in serenità».