Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2017
A cavallo della bomba
Dopo aver diretto il Progetto Manhattan per la realizzazione della bomba atomica ed essere stato per dieci anni il più autorevole consulente scientifico del governo statunitense, nel 1954 Robert Oppenheimer si vide sottoposto a un procedimento giudiziario da parte della Commissione per l’energia atomica. L’accusa che gli veniva mossa era di slealtà e si basava sulla sua frequentazione in gioventù di persone legate al Partito comunista e, soprattutto, sulla sua iniziale opposizione alla bomba all’idrogeno.
Alla fine, Oppenheimer fu privato del nulla osta di sicurezza e allontanato da ogni incarico governativo. Durante gli interrogatori, a tratti molto aspri, tenne un atteggiamento passivo e accondiscendente, che lasciò increduli coloro che lo conoscevano bene. Il suo amico André Malraux disse che, invece di rispondere docilmente, avrebbe dovuto rovesciare il tavolo limitandosi a esclamare: «La bombe atomique, c’est moi!».
Dieci anni dopo, la vicenda divenne una pièce teatrale, Sul caso di John Robert Oppenheimer, scritta dal drammaturgo tedesco Heinar Kipphardt sulla base dei documenti ufficiali del processo. Il dramma (portato in scena a Milano da Giorgio Strehler) metteva in luce l’ottusità e la malafede degli inquirenti e presentava Oppenheimer come un moderno Galileo. Il diretto interessato non fu affatto contento di vedersi rappresentato in quel modo e cercò di bloccare la produzione dell’opera. «Hanno voluto trasformare in tragedia quella che era soltanto una farsa», disse.
Ma, a dispetto delle sue stesse battute, Oppenheimer fu davvero una figura tragica. Vissuto in un’epoca di giganti della fisica, non raggiunse mai – nonostante la sua eccezionale intelligenza – la loro stessa statura. Quando, nel 1942, ricevette dal generale Groves l’incarico di sovrintendere al progetto della bomba, si trovò a dirigere un gruppo di scienziati in alcuni casi ben più titolati di lui. Seppe farlo in maniera estremamente efficace, grazie a una straordinaria capacità di motivare e affascinare le persone. Ma sviluppò anche uno zelo eccessivo nei confronti dell’autorità politico-militare, che lo spinse a commettere atti incomprensibili e persino meschini.
«L’uomo che volle essere Dio», lo definì il suo ex amico Haakon Chevalier, da lui denunciato come agente sovietico. Una definizione che coglie soltanto un frammento di verità, una delle tante sfaccettature di un personaggio contraddittorio e indecifrabile.
Oppenheimer amava citare il principio di complementarità di Bohr, l’idea secondo cui esistono descrizioni della realtà contrastanti ma complementari. Riteneva che il principio si applicasse tanto alla natura quanto all’uomo. «Non si può essere contemporaneamente osservatori e attori – disse una volta – senza fallire nell’una e nell’altra parte; eppure sappiamo che la nostra vita è fatta di entrambe, in parte è libera e in parte è determinata, in parte è creazione e in parte disciplina, in parte è accettazione e in parte sforzo. Non vi sono regole scritte per distribuire e assegnare queste parti; ma sappiamo che dalla negazione dell’una o dell’altra, dal considerare l’una come universale e assoluta e l’altra come derivata e secondaria, non può risultare che follia e morte per lo spirito». Parlava in generale, ma probabilmente pensava in primo luogo a se stesso.
Nel 1948 la rivista «Time«rilanciò una sua affermazione di qualche tempo prima: «In un senso un po’ rozzo che nessuna volgarità, nessun umorismo, nessuna esagerazione possono cancellare, i fisici hanno conosciuto il peccato; ed è una conoscenza che non potranno mai dimenticare». Molti di coloro che avevano lavorato al Progetto Manhattan si indispettirono per queste parole: ritenevano di aver agito in uno stato di necessità, per battere sul tempo la Germania nazista. Lo stesso Oppenheimer era stato con Fermi nel ristretto gruppo di esperti che aveva avallato la decisione di usare l’arma sulle città giapponesi. Si era pentito del suo operato? Niente lo fa pensare (e ci sono anzi sue dichiarazioni di segno opposto). Forse, come suggerisce Freeman Dyson, che fu a lungo suo amico e collega a Princeton, il «peccato«ai suoi occhi non era tanto la costruzione della bomba, quanto piuttosto il piacere provato in quell’impresa.
Gli anni a Los Alamos, in effetti, erano stati per molti dei fisici coinvolti nel progetto un periodo felice e memorabile, di grandi sfide scientifico-tecnologiche affrontate con entusiasmo e vinte, e le immani stragi di Hiroshima e Nagasaki non sembravano aver intaccato quel ricordo. «Quando si vede qualcosa che è tecnicamente attraente, ci si mette all’opera, e si comincia a discutere il suo impiego solo dopo aver conseguito il successo tecnico. È così che abbiamo fatto con la bomba atomica», disse Oppenheimer nel 1954, davanti ai suoi accusatori. Una sola volta, scrivendo sul «Bulletin of the Atomic Scientists» a proposito della regolamentazione internazionale dell’atomo militare e civile, ammise di sfuggita che l’arma era stata usata «contro un nemico che era già sostanzialmente sconfitto».
Il mezzo secolo che ci separa dalla morte di Oppenheimer, avvenuta il 18 febbraio 1967, può sembrare un’era geologica, ma le questioni da lui aperte – il ruolo pubblico e le responsabilità dello scienziato, i rapporti con il potere, il confronto tra etica e tecnica – sono cruciali oggi come ieri. «Noi abbiamo cambiato la faccia della Terra – affermò in un’occasione –. Ogni punto di partenza di un discorso sulla scienza e la società deve accettare ciò come un dato di fatto». Un dato di fatto con cui bisogna lucidamente fare i conti, e vale la pena di rileggere in proposito le riflessioni raccolte nel volume Scienza e pensiero comune, che Bollati Boringhieri ha recentemente ripubblicato (e da cui sono tratte alcune delle citazioni riportate sopra).
La scena americana del dopo Oppenheimer è stata caratterizzata da quello che lo storico della scienza Daniel Kevles ha chiamato il «disestablishment» della fisica, la perdita dello spazio di influenza politica e di privilegio di cui i fisici statunitensi avevano goduto nel dopoguerra.
Da allora, le amministrazioni statunitensi si sono trovate più volte ad agire, in tema di sicurezza nazionale e di problemi globali, non di concerto con il mondo scientifico, ma in contrapposizione a esso. Si pensi alla Strategic Defense Initiative (il cosiddetto «Scudo stellare» di Reagan), avversata dalla quasi totalità dei fisici, e oggi ai primi atti dell’amministrazione Trump.
Proprio quel «Bulletin of the Atomic Scientists» con il quale Oppenheimer collaborò per molti anni ha appena spostato in avanti di trenta secondi la lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse, po rtandola a soli due minuti e mezzo dalla mezzanotte – l’ora della catastrofe planetaria. Non succedeva dal 1953, l’anno della bomba all’idrogeno.
vincenzo.barone@uniupo.it
John Robert Oppenheimer, Scienza e pensiero comune, trad. di L. Bianchi e L. Terzi, Bollati Boringhieri, Torino, € 18