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 2017  febbraio 26 Domenica calendario

Emilio Gentile in nome del popolo non sovrano

Con un tono ironico e un andamento dialogico che ricordano da vicino le Operette morali leopardiane, Emilio Gentile è riuscito a fare un piccolo miracolo stilistico. Il suo ultimo libro, In democrazia il popolo è sempre sovrano (Falso!), uscito nella collana Idòla di Laterza, tratta uno dei temi più affascinanti e difficili, e insieme più battuti e più triti, del dibattito politico contemporaneo – la crisi della democrazia – con un taglio originale e sorprendente. «Il Genio del libro che state per leggere, stanco di essere un ricevitore passivo delle parole che l’Autore scrive sulle sue pagine, inizia una conversazione per sapere quale sarà l’argomento, e l’Autore risponde che intende proporre alcune riflessioni sulla democrazia e il popolo sovrano, in un momento in cui le democrazie attuali mostrano di soffrire di un grave malessere – malessere che sta mutando la democrazia rappresentativa in democrazia recitativa, dove al popolo sovrano è assegnata solo la parte di comparsa nel momento delle elezioni». Ed è già detto tutto sulla tesi dell’autore, che però, dialogando con il Genio del libro, dovrà costantemente render conto dell’efficacia delle proprie argomentazioni cercando nel contempo – ma le due cose vanno di pari passo – di tenere desta la sua vacillante attenzione. Gentile ha trovato un modo efficace per raggiungere questo obiettivo: mettere in scena, della democrazia, non solo le interminabili lotte che l’umanità ha ingaggiato pro e contro di essa, o pro o contro le ipocrisie che accompagnano la proclamazione dei suoi valori e principi, ormai pressoché universalmente condivisi; non solo le ondate che ne hanno segnato il successo mondiale, tra cui quello davvero trionfante avvenuto nel secondo dopoguerra, e le parziali ritirate; ma soprattutto i veri e propri paradossi che la riguardano. Tra questi forse avrebbe potuto anche ricordare il paradosso di Arrow – e prima di lui di Condorcet – sull’impossibilità logica della scelta collettiva, di cui si parla in questa stessa pagina. Ma ne individua di altrettanto costitutivi, il primo dei quali riguarda proprio il titolo del volume. Sovranità popolare e democrazia sembrano – e dovrebbero essere – sinonimi, ma di fatto sono in eterna tensione tra loro, fino al punto da farci sospettare che in democrazia – nonostante le proclamazioni di principio cui è impossibile sottrarsi – il popolo non è mai davvero sovrano. Poiché al popolo sovrano si appellano anche i peggiori dittatori o demagoghi, è assai meglio affidarsi a Raymond Aron, secondo cui «i caratteri fondamentali dei regimi democratici sono le elezioni, il regime rappresentativo, la lotta fra i partiti e la possibilità del cambiamento pacifico del governo». O a Schumpeter per il quale la democrazia non è altro che «un metodo». Gentile dichiara di non essere né ottimista né pessimista, ma – nel ricordare «la delusione, la disaffezione, la sfiducia del popolo sovrano nei confronti dei governanti, delle istituzioni democratiche, dei partiti» – semplicemente realista. Vi è una tensione nel libro tra tale atteggiamento poco incline all’entusiasmo e un sincero afflato in favore dei più autentici spiriti democratici di ogni tempo che nel popolo sovrano hanno mostrato di credere fino in fondo. Il vero eroe del libro forse allora è Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori della nazione americana, realista e radicale al tempo stesso, secondo il quale «una rivoluzione ogni venti anni avrebbe giovato alla salute della repubblica, mantenendo vivo e vigoroso nel popolo lo spirito della libertà, perché l’apatia del popolo sarebbe stata la morte della repubblica». Al tempo stesso egli consigliava al popolo la cautela: «Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza l’esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti d’un malgoverno finché siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire». Solo gli spiriti più autenticamente – e modernamente – democratici forse sono in grado di capire che non vi è contraddizione tra questi due atteggiamenti. Ma andrebbe anche aggiunta una ulteriore riflessione jeffersoniana: se gli uomini non ricevono un’adeguata istruzione lasciano liberi certi loro impulsi naturali che sono incompatibili con l’esperimento repubblicano.