Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2017
Un generalissimo alla Casa Bianca
L’inchiesta del Sole in quattro puntate sulle “menti” del neopopulismo. Il 19 febbraio è stato pubblicato il ritratto di Florian Philippot (Francia), il 21 l’olandese Martin Bosma, il 23 il russo Aleksandr Dugin.
Stephen Bannon ha conquistato sul campo di battaglia i “galloni” di gran consigliere, incutendo rispetto e paura. Soprannomi da encomio: President Bannon o, poco meno ambizioso, secondo uomo più potente d’America. Ed epiteti feroci dei detrattori, compresi colleghi conservatori che lo apostrofano come Suprematista bianco e politico più pericoloso del Paese. Quando non lo paragonano – il commentatore radiofonico Glenn Beck – al ministro della Propaganda di Hitler, Joseph Goebbels.
Bannon, di sicuro, ricopre oggi il ruolo di braccio destro di Trump, ideologo e generalissimo della sua guerra permanente contro tutto e tutti: nelle foto dello Studio Ovale è sempre lui seduto accanto al Presidente durante le telefonate a leader internazionali. È entrato – per ora – nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, promozione inedita per uno stratega politico. E ha ripetutamente mostrato influenza: sua la riedizione dell’isolazionismo di America First per riempire lo slogan “Far grande” il Paese. Sua la visione di uno scontro di civiltà e religioni, con gli Stati Uniti paladini di Cristianesimo e Occidente contro l’Islam. Sua la mano nelle scelte più draconiane della neo-amministrazione, dalla messa al bando di immigrati musulmani e di milioni di clandestini a una deregulation-controrivoluzione che «smantella lo Stato amministrativo», cioè la burocrazia professional-politica dedita al servizio pubblico, nata nel New Deal e teorizzata negli anni Quaranta da Dwight Waldo. Bannon preferisce altre “fedi” quali ispirazione di governo: è un seguace della dottrina generazionale della storia dei sociologi Strauss e Howe, che vede il ripetersi in America di un violento ciclo di 80 anni in quattro fasi, Apice, Risveglio, Disfacimento e Crisi. L’ultima forse è rivelatrice: distruzione, guerre, istituzioni azzerate e ricreate dalle ceneri di minacce alla sopravvivenza della nazione.
Non manca, a Bannon, neppure il gusto di trame occulte. Tesse legami al Vaticano con gli ambienti più oscurantisti e vicini al 68enne Cardinale statunitense Raymond Burke, vittima illustre del rinnovamento di Papa Francesco. Gruppi raccolti attorno alla International Conference on Human Dignity dell’Istituto Dignitatis Humanae di Roma, dove due anni or sono offrì uno spiraglio sulle sue convinzioni, compresa la familiarità con il filosofo esoterico di fascismo e razzismo italiano Julius Evola. Mise in guardia da «un conflitto estremamente brutale e sanguinario» perché «siamo in guerra aperta contro jihadisti, Islam, fascismo islamico». Perché da condannare è anche «l’immensa secolarizzazione dell’Occidente» e dei millennials. «Il mondo, soprattutto l’Occidente giudeo-cristiano, è in crisi».
Bannon ha l’antidoto: la propria radicale versione – o meglio religione – del capitalismo. Che poco ha a che fare con matrici libertarie e pragmatiche anglosassoni o con icone intellettuali del conservatorismo americano quali Ayn Rand. Queste sono anzi nocive perché, al capitalismo, hanno «sottratto le fondamenta spirituali, morali del Cristianesimo e del credo giudeo-cristiano». La sua è piuttosto «un’illuminata forma capitalistica giudeo-cristiana» capace di generare «tremenda ricchezza» e della quale si fa vate in prima persona: «Sono stato addestrato a Goldman Sachs; ho studiato a Harvard Business School. Sono il capitalista più determinato e pratico che potreste incontrare».
Veterani della politica repubblicana quali John Weaver, ex stratega del leader moderato John Kasich, visti i precetti lo definiscono un alfiere della «estrema destra razzista e fascista alle porte dello Studio Ovale» – e Ku Klux Klan e Partito Nazista Americano ne hanno salutato l’ascesa. Ma lui nega simili simpatie. Spiega: «Non sono un nazionalista bianco, sono un nazionalista. Un nazionalista economico. I fautori della globalizzazione hanno svuotato le classi lavoratrici americane e creato ceti medi in Asia. Bisogna impedire che gli americani vengano ancora defraudati. Se otterremo risultati, avremo il 60% del voto bianco, il 40% del voto afroamericano e ispanico e governeremo per 50 anni».
Con le frustate verbali, il suo volto gonfio eppur sempre grintoso si fa notare anche per indimenticabili imitazioni: la trasmissione satirica Saturday Night Live l’ha travestito da Morte, tunica nera e teschio. Lui risponde alle provocazioni rilanciando: al nemico pubblico numero uno dell’amministrazione, i media, dice che farebbero meglio a «stare zitti». Ancora ieri, al convegno annuale dei conservatori CPac, li ha denigrati come «partito d’opposizione» contrario «all’agenda economica nazionalista» e al «nuovo ordine politico» di Trump. Sua, in toni più leggeri, anche l’espressione «Darkness is good», le tenebre fanno bene, e il paragone con Darth Vader, il cattivo di Guerre Stellari.
Ma da dove arriva questo arruffato, iconoclasta e apocalittico signore di 63 anni, proiettato dalle frange più marginali della politica al cuore del potere? A lui la parola: «Vengo da una famiglia operaia, cattolica-irlandese, pro-Kennedy, pro-sindacati e democratica. Non mi sono interessato alla politica finché non ho servito nelle forze armate e visto i pasticci combinati da Jimmy Carter. Diventai grande ammiratore di Ronald Reagan. A farmi ribellare a tutto l’establishment è stata però la scoperta che George W. Bush ha fatto tanti danni quanti Carter. Il Paese era un disastro».
La sua è stata una carriera ambiziosa quanto eclettica: dopo sette anni nella marina militare e con grado di luogotenente, prende un master in Sicurezza nazionale alla Georgetown University e prosegue gli studi a Harvard. È assunto da Goldman Sachs e il testosterone dell’alta finanza gli è congeniale: assieme a ex colleghi fonda Bannon & Co, boutique di investment banking venduta nel 1998 a Société Générale. Non prima d’aver ottenuto a pagamento di un’operazione quote in spettacoli Tv di successo, quali la storica sitcom Seinfeld. Nel 1993 è direttore del progetto spaziale Biosphere 2 in Arizona e gli anni Novanta lo vedono a Hollywood produttore di 18 film. Spiccano titoli militanti: un documentario su Reagan, quando conosce l’editore conservatore Andrew Breitbart; un video su Sarah Palin, stella dei Tea Party; un altro contro il movimento di sinistra Occupy Wall Street.
Prepara un film-denuncia sull’ascesa del fascismo islamico negli Stati Uniti, accusando il New York Times e il dipartimento di Stato di corresponsabilità nei disegni per una Repubblica Islamica. Da direttore del Government Accountability Institute pubblica il pamphlet Clinton Cash. Ha una vita privata altrettanto movimentata, con tre matrimoni falliti (il secondo tra accuse di violenza domestica). Il successo pubblico gli arride quando nel 2012 prende le redini di Breitbart News, sito co-fondato cinque anni prima, all’improvvisa scomparsa di Andrew Breitbart che l’aveva concepito come megafono «pro-libertà e pro-Israele». Sotto Bannon il sito vira sulla Alt Right, l’arcobaleno di correnti razziste e suprematiste delle destra estrema, facendosi “piattaforma” per galvanizzare e ringiovanire il movimento.
È anche il trampolino che lancia Bannon nella politica che conta, a fianco di Trump dopo aver flirtato con il suo rivale e favorito dei Tea Party, Ted Cruz. Bannon e Trump condividono facoltosi finanziatori, quali il gestore di hedge fund Robert Mercer. E nell’agosto 2016 Bannon lascia Breitbart per diventare amministratore delegato della campagna di Trump in affanno. La riorganizza con un duro messaggio anti-establishment, slogan più aggressivi sugli immigrati e invettive contro la candidata democratica Hillary Clinton. Alla vittoria è nominato chief strategist. Uomo-ombra del presidente – con accento sull’ombra.