La Stampa, 26 febbraio 2017
53.000 scosse nel 2016
L’anno record delle 53.000 scosse di terremoto registrate, con una media di centoquarantacinque al giorno e punte di oltre 600 da dopo l’estate, ci farà, forse, finalmente rendere conto che i sismi sul nostro pianeta sono frequenti come le piogge. E che quelli di magnitudo superiore a 2,5 (circa 3500) lo sono come i temporali più abbondanti. Quelli più forti di 5,5 come le tempeste e i cicloni. Una constatazione che forse farà rabbrividire, ma che è la regola nei Paesi geologicamente giovani e attivi come il nostro, regola difficile da incorporare nei nostri orizzonti culturali: viviamo su un territorio che vibra costantemente in un terremoto senza fine. Addirittura il paesaggio stesso dell’Appennino è stato creato da decine di migliaia di anni di terremoti che hanno innalzato montagne e formato valli, ed è a tutti gli effetti un paesaggio sismico.
Non si deve pensare che quello appena trascorso sia stato un anno unico dal punto di vista della sismicità della penisola. Nonostante il numero delle scosse sia stato doppio rispetto al 2014 e triplo rispetto all’anno seguente, varrà la pena di ricordare che nel passato più o meno prossimo si sono registrate sequenze anche più fitte di scosse. Specialmente dopo i forti terremoti di inizio del XX secolo o dopo la micidiale tempesta sismica calabrese del XVIII secolo: decenni consecutivi di terremoti che hanno profondamente mutato territorio, costruzioni e anime degli uomini. Quella relativa al 2016, per il momento, è una constatazione statistica, che va poi valutata su tempi più lunghi. Considerando, inoltre, che fino al mese di agosto la media giornaliera era la stessa di quelli precedenti (circa 40) e che tutto è cambiato dall’inizio della sequenza del terremoto di Amatrice che ha fatto la differenza.
La lettura dei dati dell’Ingv è istruttiva anche perché consente di demolire la convinzione che i terremoti avvengano di preferenza di notte o in alcuni mesi dell’anno: se c’è una concentrazione in certi periodi piuttosto che in altri, o se il terremoto del 2009 a L’Aquila è avvenuto alla stessa ora di quello di Amatrice, dipende solo dal caso, non dalla natura dell’evento sismico. Non c’è alcuna relazione fra le stagioni o il tempo meteorologico e i terremoti, come non ce n’è alcuna fra la diminuzione del numero delle cicogne e il calo demografico in Europa, pure se tutti e due i fenomeni sono veri.
Ma la domanda che sorge spontanea è se questo record abbia un significato geologico e se preluda a tempi ancora più funestati dalle scosse. Come si è più volte ripetuto, non è possibile sapere quale sarà l’evoluzione futura né stabilire se si stia caricando energia in maniera anomala nel sottosuolo italiano, soprattutto a causa del fatto che le sorgenti dei terremoti (le faglie profonde) sono precluse alla nostra osservazione diretta e non si hanno ancora dati oggettivi sugli eventuali precursori. Perforare una faglia (operazione che costerebbe forse una decina di milioni di euro) potrebbe dare qualche risposta in questo senso. Tutto il resto, però, va fatto in termini di prevenzione e andrebbe fatto ora. Anzi, l’anomalia sismica del 2016 dovrebbe costituire un momento di svolta nel nostro modo di pianificare e intervenire sul territorio nazionale. Sappiamo quali sono le regioni sismiche, con quale energia si scateneranno i terremoti in quelle zone e possiamo zonare il territorio a livello di grande dettaglio. Quello che manca è la volontà di farlo: non esiste al mondo un solo Paese che abbia una così lunga memoria storica dei terremoti e una conoscenza scientifica così avanzata. Ma non esiste alcun Paese che abbia così fretta di dimenticare. Un po’ dipende dal fatto che da noi, in genere, i periodi di ritorno dei terremoti maggiormente intensi (superiori a 6,5 Richter) sono più lunghi che altrove. Ma è pure vero che il terremoto tipico italiano è molto meno energetico di quello giapponese, turco, indonesiano o californiano, dunque basterebbe progettare, costruire e ristrutturare anche solo un poco meglio per salvare vite e beni. Resta il dubbio che questi dati ci facciano davvero cambiare rotta. Anzi, a pensarci bene, non c’è nemmeno il dubbio.