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 2017  febbraio 26 Domenica calendario

«Parigi non è più Parigi». Il litigio eterno

PARIGI In un’era non lontana lo si sarebbe definito un incidente diplomatico, ma certe premure appartengono a un mondo passato. Il presidente americano Donald Trump ha criticato venerdì la capitale di un Paese alleato – «Parigi non è più Parigi» – per puntare il dito sulla Francia come modello negativo per immigrazione e terrorismo. E il presidente francese François Hollande ieri gli ha risposto in sostanza di pensare ai fatti suoi, «alla libera circolazione delle armi in America e ai tanti americani che si mettono a sparare sulla folla».
Stati Uniti e Francia sono uniti da relazioni storiche uniche e complicate, di amore e diffidenza. Dopo l’idillio con Barack Obama, si apre ora una nuova fase. Era inevitabile.
Se c’è un tipo di americano che tranne eccezioni non può andare giù ai francesi, quello è Donald Trump. Miliardario, bling bling (formula locale per pacchiano), poco articolato nell’espressione orale e pure in quella scritta come dimostrano i suoi tweet, Trump rappresenta tutto ciò che la Francia ama detestare nell’immagine deteriore dell’America: la volgarità, l’incultura, l’ostentazione della ricchezza tutta ori e mobili in falso stile Impero.
L’antipatia è ricambiata. La Francia per Donald Trump è la realizzazione sulla Terra dell’idea di Nazione fallita: un luogo in preda al disordine, pieno di immigrati musulmani e dei loro discendenti, spesso ammassati in quartieri che da tempo Fox News ama definire no go zones (da evitare), un Paese dove imbelli politici si preoccupano di infiocchettare i loro discorsi con diluvi di citazioni letterarie ma non sono in grado di fermare i terroristi. Sad!, direbbe The Donald.
Il presidente americano ha finalmente dato voce al suo disprezzo citando Jim, uno degli amici che sono, oltre a Fox News (sempre meno) e a Breitbart, le sue fonti di informazione preferite. Su qualsiasi tema, Donald Trump conosce sempre un amico che la sa lunga. Quando incontra i capi dell’industria aeronautica, Trump cita il suo pilota. Quando parla di economia, il presidente evoca le difficoltà dei suoi amici uomini d’affari con le banche. E per un parere autorevole e definitivo sulla Francia, ecco Jim.
«Ho un amico», ha esordito Trump venerdì mattina davanti ai conservatori in Maryland. «È un tipo molto, molto importante. Il tipo di persona per la quale un viaggio ogni estate a Parigi è stato a lungo automatico. Jim ama la Ville Lumière, sì, adora Parigi. Ci siamo incontrati, era un po’ che non lo vedevo e gli ho chiesto “Jim, come va Parigi?”».
A questo punto il presidente degli Stati Uniti imita l’amico Jim prendendo un vocione da persona molto importante: «“Parigi? Non ci vado più. Parigi non è più Parigi”, mi ha risposto». Trump a questo punto si rivolge di nuovo alla platea: «Guardate che cosa sta accadendo nel mondo, amici. Dobbiamo stare attenti. Non possiamo lasciare che questo accada anche a noi. Terremo i dannati terroristi islamici fuori dal nostro Paese».
Giorni fa, quando in America imperversavano le polemiche per il bando agli ingressi dei musulmani poi sospeso dai giudici, i sostenitori di Trump hanno invaso i social media con immagini di scontri tra polizia e manifestanti in Francia e disordini (anche relative ai cortei sulla riforma del lavoro che non c’entrano niente con l’immigrazione, ma fa lo stesso). «Muoviamoci, o finiremo come loro», è il messaggio di Trump.
Il governo francese non ha gradito. «Non è bello mostrare sfiducia verso un Paese amico», ha detto Hollande, prima di andare – combinazione – a Disneyland Paris per i 25 anni dell’unico parco divertimenti del colosso americano in Europa. Più spiritosa, la sindaca Anne Hidalgo ha inviato al presidente Usa e al suo amico Jim una foto accanto a Minnie e Topolino con il messaggio «qui alla Tour Eiffel celebriamo il dinamismo e lo spirito di apertura di Parigi», ricordando poi che nel primo semestre 2017 le prenotazioni dei turisti americani sono in aumento del 30 per cento.
La crisi con Trump arriva proprio nei giorni in cui sui muri di Parigi sono apparsi surreali manifesti con il volto del suo predecessore e lo slogan «Obama17», con una petizione per chiedere a Barack Obama di presentarsi alle elezioni francesi del prossimo 23 aprile e 7 maggio. Impossibile ma rispetto a Trump – e anche ai veri candidati francesi all’Eliseo – non c’è paragone, dice l’organizzatore Antoine, sognatore ostinatamente legato all’altra America.