La Lettura, 26 febbraio 2017
Il grillino Leopardi
Le attuali vicende amministrative e giudiziarie, le polizze vita della sindaca grillina, lo stadio a Tor di Valle e via dicendo attirano, nuovamente, l’attenzione su Roma, come se il male italico vi trovasse il suo naturale punto di sfogo. Ma l’infinita chiacchiera su Roma, il dito puntato sulla città del malcostume, della burocrazia, della sporcizia, dei tassisti, non è una moda recente. Cinque letterati d’altri tempi, vissuti a Roma, raccontano con sguardo critico la bellezza eterna della città, e i suoi vizi capitali.
La delusione di LeopardiQuando Giacomo Leopardi, dopo sei giorni di viaggio in carrozza da Recanati, raggiunge Roma, è un ventiquattrenne entusiasta e speranzoso. È il novembre 1822 e tre anni prima ha tentato una rocambolesca fuga nel Lombardo-Veneto sventata all’ultimo dal padre Monaldo. Nella città eterna, Giacomo è ospite in casa dello zio materno, Carlo Antici, presso il palazzo in via Michelangelo Caetani, accanto a Largo di Torre Argentina. Dalla sua stanza d’angolo al terzo piano Leopardi domina l’elegante cortile, una galleria archeologica stracolma di statue, lapidi con epigrafi e bassorilievi. Ma invece di trarne godimento estetico, quel luogo diviene da subito la sinistra metafora di ciò che lo aspetta di lì all’aprile del 1823, quando farà ritorno a Recanati.
Stufo dei litigi della famiglia Antici, Giacomo esce spesso dal palazzetto e vaga perdendosi nella «città che non finisce mai» e resta basito, come lo sarebbe oggi, per le strade disfatte, i sanpietrini sollevati, le buche che rendono difficile spostarsi comodamente, una iattura per i suoi piedi rotti dai geloni e le gambe fragili.
Nonostante la feroce determinazione di allontanarsi dal «natio borgo selvaggio», nelle lettere che in quei sei mesi il poeta scrive a casa – al padre, alla madre, ai fratelli e a qualche amico – Roma è sempre dipinta a tinte cupe e senza mezzi termini come una città «oziosa e dissipata» chiusa tra l’algida bellezza monumentale e l’ombra di un vetusto splendore archeologico. L’assenza di emozioni alle infinite suggestioni artistiche di Roma lo abbatte e si trasforma velocemente in un senso di noia opprimente. L’entusiasmo della vigilia – Giacomo a Roma era andato per trarne compagnia umana e letteraria – si spegne in un soffio: «Delle gran cose che io vedo, non provo il menomo piacere, perché conosco che sono maravigliose, ma non lo sento».
Non si trova a suo agio nemmeno tra i personaggi di spicco della cultura romana tra cui non riconosce neppure un poeta o uno scrittore autentici. Tutti, lamenta Leopardi, sono rapiti da un superficiale sentimento della memoria perché gli antichi fasti di Roma sono un peso che obnubila le coscienze dei letterati: «L’Antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l’unico vero studio dell’uomo... Letterato e Antiquario in Roma è perfettamente tutt’uno». In una lettera al padre Monaldo denuncia «sciocchezza, insulsaggine e nullità» di quelli che dovrebbero essere suoi colleghi ma che invece si azzuffano facendo un «misero traffico di gloria, e di gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall’uno all’altro; quei continui partiti, de’ quali stando lontano non è possibile farsi un’idea».
A metà febbraio 1823 Leopardi decide di rompere l’odiosa monotonia e va a visitare la tomba del Tasso sul Gianicolo, nella chiesa di Sant’Onofrio. Sale sul colle per una strada «costeggiata di case destinate alle manifatture, e risuona dello strepito de’ telai e d’altri istrumenti, e del canto delle donne e degli operai occupati al lavoro. In una città oziosa, dissipata, senza metodo, come sono le capitali, è pur bello il considerare l’immagine della vita raccolta, ordinata e occupata in professioni utili». Sarà l’unico momento di vera gioia e commozione del suo primo soggiorno romano. Qualche settimana più tardi Leopardi parte per la sua Recanati.
È di nuovo a Roma dieci anni dopo. Stavolta alloggia a pochi passi da piazza di Spagna dove spende «un abisso» per vitto e alloggio. È il 1° ottobre 1831 e Giacomo è deciso a svernare qui per andare a Firenze in primavera. Ha trentaquattro anni e non somiglia più a quel giovane bramoso di vita e conoscenza, ma soprattutto torna a Roma con la fama di maggiore poeta italiano. La musica però non cambia, la delusione della prima volta trova conferma e Leopardi affronta la medesima problematicità di spostarsi per le strade «infami», il rumore e le ciarle della gente, che par quasi d’esser ai giorni nostri. La delusione è enorme, Roma è uno scheletro privo di vita, una città ricolma di spettri di marmo e di anime pallide, incapaci di tessere relazioni che si possano dire tali. I romani, innamorati di quella rovina, sembrano del tutto insensibili al nuovo e alla cultura. Il 16 marzo 1832 la abbandona per sempre senza aver visitato i Fori, il Colosseo e San Pietro.
La decapitazione di DickensSe Leopardi ha la mano pesante con Roma, nel 1845 Charles Dickens in viaggio per il Grand Tour non ci va più leggero. In Pictures from Italy lo scrittore inglese narra dei suoi spostamenti tra l’estate del 1844 e quella dell’anno dopo. Lo stupito lirismo che vive nelle pagine su Venezia e Firenze fa da contrappunto al taglio più popolare e quotidiano con cui sceglie di raccontare Roma.
Il 30 gennaio 1845 piove forte quando Charles Dickens e famiglia giungono in città proprio nella coda del carnevale romano che sfila in via del Corso vicino al suo alloggio di piazza del Popolo e il fracasso dei carri e le urla lo colpisce moltissimo. Forse non si aspettava una Roma del genere e il suo sguardo puntuale e ironico scende e s’insinua tra i viottoli per cogliere il nucleo più basso della città, l’anima più popolana e bieca, cupa e ignorante.
Nella Londra grigia, violenta e fumosa di Oliver Twist, si aggira una folla che somiglia parecchio a quella romana che l’8 marzo 1845 in San Giovanni Decollato assiste alla decapitazione di un uomo da parte del boia di Roma, Mastro Titta. Un’attesa lunga che non scoraggia il popolo. Dopo la truce esecuzione, Dickens resta a osservare la folla. Nessuno dei presenti si turba per lo spettacolo o si mostra dispiaciuto: «Romani dall’aspetto truce, del più basso ceto, in mantello blu, ruggine o in stracci senza mantello, andavano e venivano e parlavan tra loro. Donne e bambini starnazzavano ai margini della folla. Un largo spiazzo pieno di pozzanghere era stato lasciato vuoto, come un punto di calvizie sulla testa di un uomo».
San Pietro lo impressiona per la bellezza del colonnato, l’allegro zampillìo delle fontane, l’elegante chiostro di colonne, ma non lo emoziona: «Sebbene io avessi la più elevata sensazione possibile della bellezza dell’edificio non avvertii una fortissima emozione». Tutto il contrario quando va a visitare l’anfiteatro Flavio. Qui Dickens avverte un trasporto grandioso: «Il Colosseo di giorno, al chiaro di luna, a lume di torcia e con ogni sorta di luce è quanto di più stupendo e terribile». Al tempo privo della cornice di turisti, strade e case (comprese quelle di qualche politico acquistate a propria insaputa), il Colosseo è un maestoso rudere nel deserto: «La sua solitudine, la sua orrida bellezza e la profonda desolazione colpiscono il visitatore come un sottile dolore». Dalle alte gradinate dell’antico stadio – di nuovi non v’è speranza ai giorni nostri – Dickens crede di scorgere il fantasma dell’antica Roma, una rovina tra le rovine, il simbolo stesso del carattere del popolo romano: «Le sue antiche influenze sopravvivono a tutti gli altri resti dell’antica mitologia e delle vecchie carneficine di Roma, nel carattere fiero e crudele della popolazione romana».
La nonna di JoycePassano più di sessant’anni, è l’agosto del 1906, e il dublinese che avrebbe cambiato la storia della letteratura sbarca a Roma. Il 30 luglio è partito con il figlio Giorgio e la moglie Nora lasciando l’amata Trieste per venire a lavorare come corrispondente nella banca austriaca Nast-Kolb & Schumacher. James ha risposto a un annuncio sulla «Tribuna» che richiede un «venticinquenne che parli e scriva perfettamente francese e inglese». Attirato dalle 250 lire al mese e dall’orario di lavoro comodo, Joyce è certo che a Roma riuscirà a lavorare al suo romanzo e finirlo in breve.
Il giorno dopo è già nella stanza di via Frattina 52, dove oggi una lapide commemora: «In questa casa romana/ dove abitò dall’agosto a dicembre 1906/ James Joyce/ esule volontario/ evocò la storia di Ulisse/ facendo della sua Dublino/ il nostro universo».
Le speranze sono tante e Roma non gli dispiace per nulla, o almeno questa è l’idea che se n’è fatto. Lavora, un lavoro «facile e meccanico» che lo occupa fino a sera; nel poco tempo libero passeggia senza meta per l’intrico di vie nel centro. Legge l’«Avanti!», interessato a seguire le voci di scissione tra le varie correnti del Partito socialista (curiosamente attuale con il momento che passa il Pd) e cerca di leggere e scrivere, ma a Roma non trova un posto adatto: è deluso dai minuscoli caffè della città, abituato a quelli della Trieste mitteleuropea, così differenti dai pub dublinesi. Per mesi la famiglia rimane nella stanza dove la moglie non cucina a causa della forte sensazione di precarietà che vivono. Ordinano il cibo nella vicina bottiglieria Pace dove Joyce si rifornisce anche di vino. L’ombra della miseria patita a Trieste sembra lontana, ma presto anche lo stipendio della banca non basta più: i Joyce vivono molto al di sopra delle proprie possibilità e James prende a dare lezioni private di inglese ed è spesso costretto a domandare denaro al fratello Stanislaus a Trieste. Ma se Nora e il marito non si sentono a casa, il figlio Giorgio si trova benissimo e inizia a ripetere qualche parola di italiano ed è ben voluto dai vicini di casa.
Anche sul fronte letterario si addensano le prime nuvole, Joyce discute con l’editore Grant Richards che vuole censurare alcune parole sconce nei suoi Dubliners. Beve parecchio e presto arriva lo sfratto che costringerà i Joyce a trasferirsi in via Monte Brianzo 51, a poche centinaia di metri da Piazza Navona. Il rapporto con Roma è incrinato e le sue parole sui vizi della città attraversano centodieci anni e arrivano, contemporanee se altre mai, ad additare lo stato indecente delle strade, il chiasso e il traffico notturno che non fanno dormire Giorgio, ma è su un altro «marchio di fabbrica» che Joyce si impunta. Abituato alla serietà e precisione austro-ungariche, lo scrittore si trova impantanato tra i malefici apparati dell’incomprensibile macchina burocratica. Quando si reca alle Poste per riscuotere l’ennesimo vaglia da parte del fratello e gli fanno problemi con i documenti, risponde al funzionario citando Rossini: «Lei mi risparmia la vergogna di essere l’ultimo d’Europa! Ma come fa la gente a tollerare una tale insolenza!».
Nemmeno delle bellezze della città riesce a godere pienamente. A fine settembre 1906 Joyce si reca ai Fori, passeggia ma si annoia, tanto che si siede su una panchina e si addormenta. Quando si sveglia, racconta in una lettera a Stanislaus, in testa gli rimane un’immagine: «Roma mi fa pensare a un uomo che si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna».
In fondo, l’anima stagnante della Roma di Joyce non è troppo lontana da quella della sua Dublino o almeno da quel senso di paralisi che il giovane James aveva messo al centro dei quindici racconti dei Dubliners. La capitale «dev’essere stata una gran bella città al tempo di Cesare. Il foro una piazza magnifica. Vorrei sapere qualcosa della storia latina o romana. Ma non è il caso di cominciare a impararla adesso. Perciò lasciamo marcire le rovine». Epperò da queste rovine germoglia qualcosa di vivido se nella stessa settimana Joyce scrive al fratello raccontandogli di aver avuto l’idea per un libro: la storia di un ebreo irlandese a Dublino tradito dalla moglie. Ha già il titolo: Ulisse.
«Scuorante» LandolfiQuando nel 1910 muore la madre Maria Gemma Nigro, incinta del secondo figlio, Tommaso, che aveva solo due anni, resta col padre nel palazzo di famiglia a Pico Farnese (paese allora nel Casertano, oggi in Ciociaria), accudito da zie e cugine. A Roma si trasferisce per frequentare le scuole elementari e le medie, per gli studi superiori vaga tra Montepulciano, Prato e poi torna nella capitale. Bocciato al liceo classico Mamiani passa al Tasso spostandosi di quartiere in quartiere con il padre: piazza Indipendenza, vicino alla stazione Termini, poi Cola di Rienzo, dietro al Vaticano.
La lontananza con l’adorato palazzo di Pico e la vita irregolare dei primi anni investono Roma di un malcelato malessere da parte di Landolfi. Come Dickens e Leopardi, Tommaso preferisce Firenze a Roma, sofferta come una scelta imposta dal padre. «Ogni giorno, dopo scuola, raggiungevo mio padre in trattoria, ché non s’aveva casa propria a Roma», racconta ne L’uomo del mistero. Il signore del grottesco e dell’onirico, traduttore dal russo (Puskin, Gogol, Dostoevskij e Tolstoj tra gli altri), soffre soprattutto l’anima immobile della città: «In uno scuorante quartiere d’una città essa medesima per tanti versi scuorante, al primo piano d’una casa borghese vivevano due sorelle colla vecchia madre». In questo l’incipit da Le due zitelle, lo spettacolo verbale, come lo chiama Calvino, della lingua di Landolfi regala un neologismo gustoso e decadente – scuorante – per la città Eterna: «Roma si tenga pure l’aggettivo di Eterna, resta a vedere in che», dice in Un paniere di chiocciole.
L’autore de La pietra lunare e Cancro regina, maestro della surrealtà, è capace di uno sguardo ironico anche su se stesso (il gioco d’azzardo è il suo tallone d’Achille) ma quando lo punta sulla gente del luogo è tutt’altro che benevolo. Il dialetto della gente che abita il quartiere vicino alla stazione Termini gli appare indefinibilmente suburbano, molle e con un che di untuoso».
L’ultima casa romana Landolfi la acquista in viale Mazzini. È lì che riceve amici scrittori e poeti, anche se si sposta spesso tra Firenze, Sanremo (i casinò restano la sua passione) e, ancora, Pico. La storia del suo vorticoso rapporto con la «città senza conforti», impaludata, inetta a un qualunque cambiamento si racchiude in un giudizio sull’aura di Roma che lo rende «noiato, insoddisfatto, malinconico, dubbioso dell’avvenire, vagante in un’attesa senza plausibile oggetto».
Il megastadio di ManganelliIl 15 giugno 1953 Giorgio Manganelli fugge (come non era riuscito a fare il suo amato Leopardi) da Milano e raggiunge Roma sulla Lambretta da lui ribattezzata Bakunina. Diversamente dal recanatese, e curiosamente in accordo con il «nemico» di lettere Pasolini, Manganelli gradisce la capitale. Il mito della purezza brutale dei ragazzi di vita si contrappone all’amore ironico e sornione di Manganelli per il nichilismo dei romani e per i rovinosi simboli di una città che «veniva fuori da quella pelle posticcia, tra fascista e liceale, con la sua pinguedine grandiosa, la pessima digestione, le arcaiche flatulenze, la cellulite dei secoli».
Da Milano Manganelli scappa per allontanarsi dalla madre, dalla moglie, dalla relazione con Alda Merini e da una città che non sente abitabile, che non gli somiglia. Fugge in un certo senso dalla propria biografia identitaria. All’inizio insegna inglese in un istituto femminile, poi è assistente di anglistica di Gabriele Baldini presso il Magistero. Per dodici anni, ancora senza una lira e precario nella professione e negli affetti, vive presso i Magnoni e, ogni volta che la famiglia trasloca, lui la segue. Finché non trasloca nell’appartamento di via Chinotto 8 interno 8 a Prati. Anche lì le serrande sono spesso abbassate e, come sempre, Manganelli la mattina stacca il telefono e scrive nella penombra, ambientale e mentale, circondato dall’abbraccio di vocabolari nomenclatori, migliaia di libri, riviste, giornali e un solitario Pinocchio di legno.
Di Roma Manganelli ama il cuore rovinoso e gaglioffo. Col suo piglio hilarotragico gli capita pure di prendere bonariamente in giro questa «bidonville della cristianità» di cui adora il clima, la gente grossolana come il suo cibo preferito, le tagliatelle al doppio burro: «Roma in verità ha tutto ciò che una moderna, ricca capitale possa desiderare: un traffico pacato e signorile; alle plebi, che è bene rallegrare, è offerta una rete di mezzi pubblici dai cordiali colori, e una metropolitana che ha solo il torto di disturbare le sonnolente catacombe; (...) si aggiunga l’aria salubre, aromatizzata, raccomandata dai medici per i deboli di petto».
Il suo sguardo obliquo affronta l’attualità di allora, buffamente simile a quella di oggi: «Una città per altro felice, attiva, efficiente, appariva sempre aduggiata da una sottile inquietudine, un cruccio, un velo d’angoscia, un lieve affanno. Roma era innamorata, e ignorava di che o di chi mai. Poi, così come la fanciulla esce dall’adolescenza riconoscendo l’oggetto del suo primo amore, Roma ha capito di essere innamorata del megastadio». Ma Roma per Manganelli è, in un certo senso, l’incarnazione del suo manifesto poetico, La letteratura come menzogna, l’epitome topografica della sua arte: inferno e labirinto in cui rimbomba l’eco d’un’imperitura, nostalgica bellezza.