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 2017  febbraio 26 Domenica calendario

Piacere, Fabrizio Gifuni, ritrattista di voci

Nei (rari) intervalli tra uno spettacolo e l’altro Fabrizio Gifuni può ricordare un gatto che si prepara a un nuovo balzo. Mentre ricapitola il tour de force che lo aspetta nei primi giorni di marzo al Teatro Vascello di Roma, non si nasconde la fatica che sarà necessaria. Si parte con Lo straniero di Camus, poi toccherà a Ragazzi di vita e allo «studio sul primo capitolo» de Il dio di Roserio di Testori. A chiusura del ciclo, Julio Cortázar e Roberto Bolaño.
Certo che sarà faticoso. Ma basta accennare a un dettaglio preciso, a qualcosa che ha immaginato di fare, e negli occhi guizzano pericolose scintille. Vorrebbe già essere lì, a giocarsi la sua scommessa. E se non gli basta parlarne, ecco che balza in piedi dalla poltrona e con due passi, a singolare beneficio dell’intervistatore, è capace di delinearti tutta una situazione drammaturgica, un’idea di spazio.
Tanto per iniziare da qualcosa, butto lì la più triviale delle provocazioni. Ogni anno si portano sul palco, in tutto il mondo, intere biblioteche. Romanzi, poesie, epistolari, diari. Ma se invece di venire al Teatro Vascello me ne sto a casa a leggere Lo straniero o Il dio Roserio, non faccio l’uso migliore del libro? In fondo la letteratura, almeno per noi moderni, è qualcosa che ognuno si fa nella sua testa, in solitudine. «Guarda – mi risponde Gifuni sorridendo – su questo siamo totalmente d’accordo, io stesso amo leggere in sé e per sé, sarei matto se pensassi a uno spettacolo su tutto quello che leggo. Ciò che mi è più estraneo è l’idea di qualcuno che, in maniera più o meno accattivante, esegua un testo scritto. Un libro è un risultato, un magma che si è solidificato. È giusto che prenda la sua strada che è basata sull’atto di lettura. Io vado in cerca di un’altra cosa. Voglio entrare nella testa di chi lo ha scritto».
Ma nella testa ci sono fantasmi, soprattutto c’è pensiero, e a prima vista non c’è nessuna voce, è uno spazio che volentieri immaginiamo come silenzioso... «Questo, direi, è il punto centrale della mia ricerca. Perché è nella voce che io trovo uno specchio del pensiero, nel suo cercare se stesso, nel suo prendere forma e articolarsi in un racconto del mondo». Ma se il pensiero abita la mente, non c’è una voce senza un corpo. «Sono molto grato all’insegnamento di Orazio Costa, che considerava la voce la parte più segreta e misteriosa del corpo. Mi sembra assurdo quando nell’insegnamento si separano le due cose, da una parte la postura, diciamo, e dall’altra la dizione. Ma qui devo aggiungere un altro elemento indispensabile dei miei spettacoli. Perché se è vero che non c’è voce senza corpo, è anche vero che non c’è corpo senza spazio. I miei scrittori me li immagino così, non sospesi in un punto archimedico puramente astratto ma all’interno di un corpo che a sua volta abita un determinato spazio».
Mi vengono subito in mente dei lavori di Gifuni nei quali è molto evidente, ed efficace, la costruzione di questo spazio che è insieme reale e simbolico («lo definirei», mi corregge, «uno spazio rituale, forse anche sacrificale»).
Non servirebbe a nulla la ricostruzione naturalistica di un ambiente: basta una luce di scena, qualche passo che circoscrive e percorre un perimetro, una singola sedia. Quando Gifuni ha portato in scena Gadda, questi espedienti così sobri hanno ottenuto un’efficacia dirompente. «Lì l’idea mi è venuta leggendo un particolare de L’ Ingegnere in blu di Arbasino, quel bellissimo libro di ricordi su Gadda. Ebbene Gadda, ogni anniversario della sconfitta di Caporetto, si chiudeva in casa, non rispondeva al telefono, faceva una specie di penitenza. Questo aneddoto mi ha fatto immaginare una condizione psichica che fosse anche una condizione fisica: Gadda recluso in una stanzetta, la stanzetta della delusione, del rancore per i comandanti incompetenti, della consapevolezza di non essere uguale agli altri...». Una volta calato Gadda in questo spazio così nevroticamente congeniale, quando sentiamo la «sua» voce, quella che Gifuni ha trovato per lui, ne siamo così convinti che l’ultima cosa che ci viene in mente è esigere un’inflessione milanese... «Ma certo, non serve assolutamente a nulla ricadere in una specie di naturalismo! Non faccio l’imitatore di Gadda, presto la mia voce al suo pensiero per renderlo visibile. Una volta, dopo uno spettacolo, Vittorio Sermonti mi ha detto: non ho mai conosciuto Gadda da giovane, quando scriveva i Diari di guerra e di prigionia, però ne sono sicuro, era quella la sua voce. Ma non si riferiva a come parlava Gadda, ovviamente, è la voce del suo pensiero, anche per Pasolini ne ho trovata una che non ha niente a che vedere con l’accento friulano di Pasolini».
Così come esistono collezioni di ritratti dipinti, il repertorio di Gifuni, negli anni, si va configurando come una straordinaria galleria di voci. E la storia di ogni spettacolo consiste proprio in questo, dare corpo e spazio a una voce che è come l’immagine acustica di un pensiero. Ma se non c’è nulla da imitare, come si arriva alla voce giusta? «Io devo lasciare che questa voce venga fuori, evitando di anticiparla, assumendo una determinata postura prima ancora di cominciare. A volte ci sono casi complicati che mi fanno pensare a una serie di maschere sovrapposte. Ne Lo straniero, per esempio, come in tantissimi libri del resto, c’è un personaggio, Mersault, che racconta la sua storia. Mi ha ispirato un tono neghittoso, forse rassegnato, certamente distaccato dalle sue stesse vicende...».
La bellezza di fare un’intervista a Gifuni, e che purtroppo non posso condividere con i lettori, sta nel fatto che per ogni spettacolo, per ogni personaggio è immediatamente in grado di fornirmi un frammento di qualche secondo, come se lo tirasse fuori da un campionario. Un attimo fa parlavamo dell’eroe di Camus, e all’improvviso me lo sono trovato di fronte. Però Mersault non è Camus, il pensiero di un personaggio non può mai, per definizione, coincidere con quello dello scrittore. «È vero, io faccio ascoltare la voce di Mersault a partire dal celebre inizio del libro, oggi è morta la mamma eccetera eccetera. Ma poi, nello spettacolo si realizza una serie di slittamenti molto complessa, c’è sempre un momento in cui dietro la maschera di Mersault appare la maschera di Camus, e a sua volta questa nuova maschera può condurre a quella dell’attore, alla mia insomma, che mi prendo la responsabilità della messa in scena. È una specie di andirivieni, un’illusione che scaturisce dalla scena e dai suoi riti e che non è nemmeno lontanamente concepibile se elimini il pubblico».
Mi è facile capire questa precisazione, perché sono stato nel pubblico di tanti spettacoli di Gifuni. Quando Stephen King, per spiegare il potere della scrittura, parla di «telepatia» esprime un concetto che mi sembra molto affine a questa esperienza: la performance dell’attore non esprime, non recita un certo significato, non è lì il punto cruciale. Ancora un volta, non si può fare concorrenza alla lettura solitaria di un libro agendo sullo stesso piano. La vera posta in gioco, in uno spettacolo di Gifuni, è una specie di follia attraverso la quale, in effetti, tutti in sala vedono la stessa cosa. «È proprio per questo che quando mi chiedono se non mi annoio a fare uno spettacolo cento, duecento volte proprio non capisco... ogni sera cambia tutto, perché ogni sera mi trovo davanti gente diversa, e se pure uno torna a vedere lo spettacolo, è una persona diversa da quella che già lo aveva visto. L’ostacolo più difficile sono i primi cinque minuti, la creazione di uno spazio psichico comune. Questo mi piace del mio mestiere, potrei anche dire che è il senso profondo della mia vita. Sono lì, percepisco la platea, mi accorgo che sul lato destro, mettiamo, tutti sono entrati nel gioco, invece sulla sinistra magari c’è qualcuno che legge i messaggi sul telefonino, non puoi portarti via tutti, è naturale, però poi viene qualcuno in camerino e mi dice l’ho vista quella cosa, proprio come la vedevi te, e allora mi rendo conto che lo spettacolo ha preso la direzione che volevo. Ma la sera dopo è già tutta un’altra storia...».