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 2017  febbraio 26 Domenica calendario

La pittrice prediletta di Manet

Si conoscono nel 1867 nelle sale del Louvre, dove Édouard Manet, circondato da una fama di artista rivoluzionario, è di casa e le sorelle Morisot, Berthe ed Edma, accompagnate dalla madre, frequentano il museo come copiste. Berthe è determinata nel perseguire la pittura come ideale assoluto; è intenta a copiare un dipinto di Rubens, quando Fantin-Latour la presenta a Manet.
Scocca forse una scintilla, ma l’artista è sposato con una pianista olandese, già governante della casa paterna e madre di un figlio, che egli considera come suo. Un mistero irrisolto, che forse chiama in causa il padre di lui.
Gli occhi ingenui e insieme febbrili di Berthe fanno breccia nel cuore di Édouard e quando il pittore le chiede di posare per lui, lei accetta, inconsapevole e sedotta oltre che dall’artista, dal fascino dell’uomo. Questo è Manet, secondo Zola: «Gli occhi stretti e profondi hanno una vivacità e una fiamma di giovinezza, la bocca, caratteristica, è sottile, mobile, dagli angoli un po’ beffardi. Il viso di una fine, intelligente irregolarità, annuncia l’agilità, l’audacia, il disprezzo per la banalità».
L’artista, che ha trentacinque anni, ha già scosso l’ambiente accademico con lo scandalo del Déjeuner sur l’herbe e di Olympia; ai detrattori risponde spavaldamente che intende saldare la grandezza della pittura del passato con la libertà dell’arte moderna. Berthe ha ventisei anni, ha dentro il fuoco della pittura e scarsa esperienza di vita. È bella, timida e altera, di carattere chiaroscurato e sensibile, con una frequente propensione alla crisi. Diventerà, unica donna, esponente importante del movimento impressionista, partecipando a sette delle otto esposizioni del gruppo, fedele alla poetica dell’attimo, da lei conquistata con un linguaggio che rende la labilità delle cose, tradotte con un’impazienza che rispecchia la natura frammentaria dell’esperienza.
Quando, nel 1869, Le Balcon viene presentato al Salon, sollevando numerose polemiche, è impossibile non accorgersi dell’intensità espressiva dell’immagine di Berthe. È il primo dei dodici ritratti di lei, eseguiti da Manet fino al 1874, quando nel dicembre, dopo la morte del padre, Berthe sposa, con scelta sottilmente dolorosa e incongrua, Eugène Manet, fratello di Édouard. Un gesto che rivela la natura di un amore vissuto in una zona d’ombra, ma fervido, carnale e ispessito dalla strana, feroce scelta di lei, quando privilegia di rispecchiarsi in un’immagine fuorviante di lui, che è quella del fratello.
Questo amore torturante e negato, imprime tenerezza, eros e malinconia ai ritratti di lei, che raccontano attraverso il suo volto, la connivenza e la sottile, crudele dialettica di un rapporto impossibile.
Sono ritratti dominati da un nero capace di trasformarsi in luce, il volto illuminato soltanto a metà di Berthe Morisot au bouquet de violettes (1872), ha una fissità che Valery definisce come «presenza di un’assenza», e rimanda una fisionomia raccolta, intensa, colma di mistero.
A Le Balcon e a quel ritratto in nero au bouquet de violettes (abitualmente conservati al Musée d’Orsay di Parigi) è affidato il compito di raccontare quanto importante sia stata Berthe Morisot per Manet nella mostra che si apre l’8 marzo a Milano, al piano nobile di Palazzo Reale (Manet e la Parigi moderna, a cura di Guy Cogeval, Caroline Mathieu, Isolde Pludermacher, catalogo Skira). Un centinaio di opere e tra queste oltre cinquanta dipinti, di cui 17 di Manet e altri 40 di maestri a lui contemporanei come Boldini, Degas, Cézanne, Fantin-Latour, Gauguin, Monet, Renoir, Signac, Tissot. E della stessa Morisot. Perché la storia di quegli anni a Parigi è in qualche modo la storia di una comunità artistica ma non solo: e se è vero che in poco più di due decenni il pittore de Le Fifre (Il pifferaio, 1866) che fa da manifesto all’esposizione milanese aveva prodotto più di 430 dipinti (due terzi erano copie, schizzi, opere minori o incompiute) altrettanto vero è che la sua rivoluzione del concetto stesso d’arte moderna passa anche dagli intrecci della sua vita con quelle di altri celebri impressionisti, come lui abituali frequentatori di caffè, di studi, di teatri.
Nello stesso anno di Berthe Morisot au bouquet de violettes t o rna a Parigi, dopo un’assenza decennale, Victorine Meurent, «libera figlia di bohème», antica modella e amante di Manet, che l’utilizza di nuovo nel dipinto La Gare. Il mazzolino di violette, dedicato a Berthe, allude forse a una difficile riconciliazione. Ci saranno ancora momenti in cui Manet gioca con l’immagine di lei, che nasconde il volto dietro un ventaglio, o che abbuiata lo copre con una fitta veletta, o si propone nella piena intimità, con una vestaglia nera, dalla quale emerge, come nota alta, una piccola scarpina rosa. In un ritratto del 1873, l’avvicinarsi del distacco si legge nel volto chiaro, spietatamente illuminato, nella bocca serrata, nei grandi occhi sgranati, invasi da una fitta nube di malinconia. Distacco confermato, l’anno successivo, da un’immagine nella quale si avverte la lontananza. Ma il ricordo di lei persiste nei volti femminili che stranamente le somigliano, in quello di un’amazzone dipinta da Manet nel 1883, poco prima della morte.
Al di là della infuocata vicenda sentimentale, il rapporto fra i due artisti non si è mai interrotto, Berthe si ispira a soggetti di Manet, elaborandoli con un linguaggio caratterizzato dalla volontà di catturare qualcosa di fugace; Manet è influenzato da lei, quando – dimenticando di essere il grande realista – si apre all’Impressionismo, dipinge sur le motif, lui che, pure considerato il leader del gruppo, non ha mai voluto esporre con gli amici, rivendicando un’assoluta indipendenza.
Il confronto fra le loro opere risulta sorprendente, i giochi all’aperto, gli interni animati da figure colte in situazioni di intimità o nel brillio della vita sociale, i paesaggi marini, la famiglia, le case dove si svolge la vita, ora serena, ora drammatica si succedono in reciprocità di contesti e di linguaggi espressivi.
Anche dopo la morte di Manet, Berthe (che gli sopravvive per oltre dieci anni) non cessa di ispirarsi al lavoro di lui, citandone temi e modi, ora accennandoli, ora prelevandoli apertamente. Nasce un racconto ininterrotto, una partitura a due mani, di grande suggestione. Alla base di tutto c’è il rapporto folgorante e inspiegabile, fra il maestro e l’allieva, fra la singolarità maschile e quella femminile. Impulsi irragionevoli iscritti dentro lo schema di una società borghese, permeano e condizionano l’opera del grande artista e della pittrice prediletta.