La Lettura, 26 febbraio 2017
Un’opera d’arte sulla pelle, io al museo
Da buon svizzero di Zurigo, Tim Steiner fin dall’inizio ha quantificato i giorni della sua (futura) occupazione: 313 all’anno. Anche l’orario delle sue prestazioni è stato subito ratificato per contratto: un’ora di lavoro e un quarto d’ora di riposo (più trenta minuti di sospensione a metà giornata «per ricaricare le batterie» e per uno spuntino leggerissimo), dalle 10 del mattino alle 5 di pomeriggio.
Niente di strano, almeno all’apparenza, e nemmeno di particolarmente pesante, anche se poi le sue vacanze Tim sembra volerle sempre passare lontano il più possibile dalla pazza folla (in questi giorni e fino al prossimo impegno, programmato per aprile in Danimarca, si nasconde in Nuova Zelanda) e soprattutto da musei e luoghi d’arte. Forse perché Tim Steiner l’arte se la porta sempre addosso. O meglio: sulla schiena. È così dal 2006 – ha appena festeggiano il decennale – da quando Wim Delvoye gli ha tatuato (sulla schiena, appunto) una delle sue opere poco convenzionali e molto provocatorie: una Madonna sormontata da un teschio in stile messicano, circondata da raggi, uccelli, pesci e fiori.
L’idea di trasformare il corpo umano in un’opera d’arte non è nuova: prima di Delvoye ci avevano già pensato (tra gli altri) Piero Manzoni, Santiago Serra e Renato Mambor (in mostra fino al 27 marzo a Milano alla Galleria Gruppo Credito Valtellinese con le sue Connessioni invisibili) che nel 1968 aveva scelto di dipingere direttamente sul corpo umano, tracciando segni «delebili» con un rullo sul braccio dell’amico Paolo Icaro e poi chiedendo a un altro amico, Emilio Prini, di fargli scorrere il rullo addosso «trasformandosi lui stesso – come all’epoca avevano scritto i critici – nel supporto dell’azione». A fare la differenza con le esperienze di body artist e performer alla Marina Abramovic è, stavolta, il fatto che il quarantenne Tim Steiner nel 2008 ha venduto il suo tatuaggio a Rik Reinking, collezionista tedesco suo coetaneo, per 150 mila euro (c’è chi parla invece di 200 mila): «Ora la mia pelle appartiene a Rik Reinking, la mia schiena è la tela, io sono la cornice temporanea». Da allora Steiner gira il mondo come opera d’arte vivente nelle mostre organizzate da Reinking («Un carissimo amico con cui condivido molto»). Mentre ha già deciso che quando morirà la sua pelle sarà asportata e incorniciata. Ma se a qualcuno la sua storia può far venire in mente Buffalo Bill, Il silenzio degli innocenti, a «la Lettura» dice di aver piuttosto molto amato Skin, il racconto breve del 1979 di Roald Dahl inserito tra le sue Storie impreviste: un vecchio tatuatore caduto in disgrazia vende a un gallerista il dipinto della moglie che un famoso artista suo amico gli ha «dipinto» sulla schiena in cambio dell’alloggio vita natural durante all’Hotel Bristol di Cannes, mostrandolo quando richiesto agli ospiti dell’albergo. Certo il finale resta comunque macabro: l’uomo viene fatto a pezzi dal gallerista, la sua pelle della schiena scorticata e venduta a Buenos Aires come un dipinto.
«Tutto è iniziato – spiega Steiner – alla Galleria de Pury & Luxembourg di Zurigo con una collettiva a cui partecipava proprio Wim, quando la mia fidanzata mi disse che lui stava cercando qualcuno per un esperimento che all’inizio mi sembrò molto curioso. Decisi di incontrarlo portando con me Black Arm, il mio amico tatuatore, e immediatamente accettai anche se all’inizio mi colpì il fatto che lo stesso disegno che oggi porto sulla schiena, Delvoye lo avesse già fatto su Sylvie, uno dei maiali su cui aveva iniziato a lavorare» (ci sono numerose foto che immortalano Tim durante il «cantiere» steso su un tavolo accanto a Sylvie, mentre Delvoye replica il suo tatuaggio).
Il belga Wim Delvoye (1964) ha iniziato a «dipingere» maiali già nel 1997 negli Stati Uniti per poi spostarsi in Cina nel 2004 (dopo feroci polemiche con gli animalisti) dove le leggi sulla tutela degli animali sono più permissive e dove lui lavora con un team di cinesi esperti in anestesia e tatuaggi, dove i suini tatuati vivono nella fattoria dell’artista e dove quando muoiono (rigorosamente di vecchiaia) vengono imbalsamati o si procede con il commercio delle loro pelli, vendute all’asta a caro prezzo».
Delvoye ribadisce a «la Lettura» che «la passione per quel lato proletario dell’arte rappresentato dai tatuaggi mostra anche la contraddizione che una simile operazione porta con sé, quella tra l’idea che un’opera nata per essere per sempre sia stata invece realizzata su qualcosa destinato a finire, come il corpo umano». Lo stesso corpo umano che lo aveva ispirato per Cloaca, un complesso sistema di meccanismi che riproduceva l’apparato digerente umano, con tanto di “bocca” in cui inserire il cibo e «prodotti finali» venduti a cifre incredibili. Delvoye spera di riuscire a realizzare uno spazio per il tatuaggio a margine della prossima Biennale di Venezia: «Non ho molto tempo ma vorrei riuscire a trovare uno spazio dove altri artisti potrebbero fare tatuaggi per me, non direttamente sulla pelle dei visitatori ma, per cominciare, sulla carta».
Tattooed New York è il titolo della mostra aperta alla New Historical Society di New York fino al 30 aprile che conferma l’attenzione che il tatuaggio, non più visto solo come semplice decorazione «di moda», sta suscitando tra i curatori: racconta in particolare, anche attraverso dimostrazioni dal vivo, la storia di tatuaggi dai nativi americani a oggi, con le opere di veri tatuatori come Bernard Lens o Samuel O’Reilly e con i lavori più classicamente artistici di Virginia Elwood (It’s for me I e II, 2014-2016).
Ma che cosa si prova a stare in cima a un piedistallo come è successo al Mona Museum, in Tasmania, durante l’ultima mostra di Tim prima delle vacanze? «È sempre un’esperienza fortissima, qualcosa che ogni volta mi sconvolge piacevolmente l’esistenza perché mi obbliga a cambiare il mio modo di mangiare, di dormire, di pensare. Per contratto devo mettere in mostra la mia schiena e mai il volto, ma quello che è difficile è che i visitatori, che sono comunque separati da me proprio come accade con i dipinti o le sculture, pensano che io sia davvero una statua mentre io, sempre per contratto, non posso mai reagire».
I soldi? «Quello che guadagno mi basta solo per pagare i conti ma non mi dispiace». E poi aggiunge: «Mi piace diventare ogni volta un diverso pezzo da museo, sentirmi parte di un progetto artistico più complesso. Quando sono in mostra, l’unica cosa che non resta mai ferma è la mia testa o meglio quello che c’è dentro, posso passare in un attimo dalla gioia alla malinconia, dal Paradiso all’Inferno, posso sentirmi assolutamente tranquillo o in pericolo, dentro o fuori una scatola. Insomma, ogni volta per me è un’esperienza diversa». Perché Tim Steiner, che per farsi passare il tempo più in fretta confessa di ripetere spesso la filastrocca di Humpty Dumpty, non si sente certo un performer e tantomeno un artista: «Senza la firma di Wim, non valgo nulla». Sarà per questo che non vuole mai farsi ritrarre di fronte e nemmeno in primo piano: «Tutto è scritto sulla mia schiena – conclude – la mia faccia non conta proprio niente».