La Lettura, 26 febbraio 2017
E l’angelo di Raffaello sanguinò dal naso
La scena era sconcertante: l’angelo sceso nel carcere per liberare l’apostolo Pietro perdeva sangue dal naso in gran quantità, come se in un atterraggio troppo brusco fosse andato a sbattere contro le grate della finestra. È l’immagine che i restauratori della Liberazione di san Pietro, affrescata da Raffaello sopra la finestra della Stanza di Eliodoro, hanno visto apparire durante gli ultimi lavori di pulitura, una decina d’anni fa. Maurizio De Luca, all’epoca responsabile dei cantieri di restauro dei Musei Vaticani, racconta ora la storia di questa apparizione nel libro V erità nascoste sui muri dei Maestri. Michelangelo, Raffaello, Perugino, Pintoricchio e gli altri in Vaticano, edito da Artemide. «Con Paolo Violini, che eseguiva materialmente la pulitura, ci siamo accorti che il viso dell’angelo era stato dipinto a secco sopra l’affresco, quindi in un secondo momento, e l’esecuzione non era di buona qualità. Allora abbiamo fatto dei minuscoli tasselli e abbiamo visto che sotto c’era un colore rosso molto acceso, incomprensibile come base per un incarnato. Perciò abbiamo deciso di lavar via tutta la tempera per capire quale mistero celasse». Con il rischio di cancellare Raffaello? «No! I raggi ultravioletti e infrarossi avevano rivelato che i ritocchi a secco erano di mano diversa da quelli realizzati da Raffaello in altre parti dell’opera. Quindi dovevano risalire a qualche restauratore».
Del resto gli interventi sui dipinti del maestro urbinate nelle Stanze vaticane sono stati innumerevoli. A cominciare da quelli eseguiti per riparare i danni dei lanzichenecchi durante il Sacco di Roma del 1527, sette anni dopo la morte dell’artista. I soldati di Carlo V, soprattutto quelli protestanti, si accanirono sulle pitture, sfregiando e raschiando con spade e pugnali, e più in alto con le picche di quattro metri. I restauri iniziarono subito dopo la ritirata delle truppe, tanto che Tiziano poté vedere gli affreschi già risanati durante il suo soggiorno romano, una ventina di anni più tardi. Ma i lavori di pulitura furono ripetuti nel corso dei secoli, per togliere fumi, grassi e altre sostanze che si accumulavano sulle pareti. L’ipotesi di De Luca è che il viso dell’angelo sia stato rifatto più volte da varie mani. E il primo restauratore potrebbe essere stato lo stesso Raffaello, per riparare a un incidente accaduto durante l’esecuzione dell’affresco: una scodellina di colore rosso che si rovesciò proprio sotto il naso della figura alata. «L’episodio – racconta De Luca – deve essere stato ancor più grave se si considera che il colore finì sul viso della figura cardine dell’intera scena. E che questa figura era appena stata dipinta, per cui sia il colore del viso che quello rosso della colata si erano entrambi carbonatati, cioè intimamente fissati sull’intonaco. Sorprende la decisione di non rifare il personaggio, come era accaduto con il “pensieroso” al centro della Scuola di Atene, dove fu spicconato l’intonaco già dipinto. Dunque l’incidente deve essere avvenuto quando anche l’inferriata nera era stata conclusa, di modo che, se la si fosse in parte demolita, la sua ripresa pittorica avrebbe potuto compromettere la continuità visiva, a scapito dell’impatto drammatico di tutta la scena. Non è da escludere comunque che l’infortunio possa essere accaduto all’insaputa di Raffaello, spesso assente dalla Stanza di Eliodoro perché impegnato in altri lavori».
Il viso dell’angelo è stato alla fine cancellato nell’ultimo restauro e ridipinto daccapo sopra la macchia rossa. Questa volta si è cercato di rifarlo il più possibile somigliante all’originale: «Abbiamo studiato alcune incisioni tratte dall’affresco nel Cinquecento e tenuto conto della fisionomia dello stesso angelo, che è replicato a destra della scena, quando esce dal carcere tenendo per mano san Pietro».
Colori rovesciati e altri incidenti dovevano essere frequenti sui cantieri raffaelleschi, animati al limite della frenesia, soprattutto quando si lavorava sulle impalcature in condizioni precarie. Testimonianze di questa fervente e disordinata attività sono rimaste anche sui muri di altre Stanze. «Sulle architetture della Scuola di Atene è tuttora visibile l’impronta della mano di qualcuno che, forse inciampando, istintivamente si appoggiò all’intonaco ancora fresco. E nell’impasto dell’intonaco della Stanza dell’ Incendio di Borgo abbiamo ritrovato alcuni fagioli, caduti certamente durante una pausa pranzo dalla gavetta del muratore».
Ma poteva capitare che fossero gli artisti stessi a disseminare di particolari incongrui le loro opere. De Luca, che ha seguito anche i restauri dei quattrocentisti sulle pareti della Cappella Sistina, racconta che lo facevano per scherzo, per tenere allegra la brigata. Questi scherzi, ben nascosti nelle scene parallele della vita di Mosè e di quella di Cristo, sono ancora lì, come l’omino che dà una spinta a quello che lo precede nella discesa di un ripido pendio, dipinto dal Ghirlandaio nella Vocazione dei primi apostoli; o i capelli mezzi biondi e mezzi neri che Biagio d’Antonio fece crescere sulla testa di uno dei soldati del Faraone nel Passaggio del Mar Rosso.