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 2017  febbraio 26 Domenica calendario

La pittura in movimento. Intervista a Bill Viola

Bill Viola ama le ombre. Le frequenta. Le accarezza. Ne ausculta le voci, i suggerimenti. E loro – le ombre – gli consegnano tanti segreti: simboli dimenticati, illusioni svanite, mondi perduti. Da questi dialoghi sono nate alcune tra le sue opere più celebri, in mostra dal 10 marzo a Firenze in un’ampia antologica (curata da Arturo Galansino e Kira Perov), intitolata Rinascimento elettronico, che si snoda attraverso diverse sedi: a Palazzo Strozzi sono presentate videoinstallazioni come The Crossing (1996), Emergence (2002), The Deluge (2002), Inverted Birth (2014) e The Martyrs (2014); al Battistero di San Giovanni e al Museo dell’Opera del Duomo Observance (2002) e Acceptance (2008) sono posti di fronte a due capolavori del Rinascimento come Maddalena penitente di Donatello e Pietà Bandini di Michelangelo. Fare arte, per Viola, significa sottrarsi alle urgenze e alle pressioni dell’attualità. Per riattraversare un misterioso archivio di echi, diversificati non dalle note ma dai timbri. Egli, perciò, si affida all’intuizione analogica, al rimando allusivo, all’immedesimazione emotiva, per valicare l’abisso che separa memoria e modernità. Si pone in ascolto di esperienze e idee lontane, che suscitano in lui altre esperienze e altre idee, in un’enigmatica reviviscenza.
Ecco il Metodo-Viola. Decisivo innanzitutto è il prelievo di alcune iconografie e di alcuni artifici del passato. Queste fonti, poi, vengono rimodulate, riscritte e ri-locate ricorrendo a raffinati dispositivi tecnologici: l’immaginario rinascimentale è reinventato con abilità. Si perviene così a una pittura-in-movimento, attraversata da una forte tensione mistico-religiosa, abitata da personaggi che indossano abiti contemporanei e compiono gesti di estenuante lentezza, folgorati in un’attesa dilatata all’infinito. Sono, questi, alcuni dei temi di cui abbiamo discusso con l’artista statunitense in un’ampia conversazione per «la Lettura», che ha il valore di una minima e involontaria autobiografia intellettuale.
Diversamente da tanti videoartisti – che prediligono le immagini rubate, inesatte, sporche – lei sembra operare come un cineasta. Le sue videoinstallazioni richiedono lunghi tempi di preparazione, ricchi budget, riprese e fasi di post-produzione molto curate. Insomma, autentici kolossal. Che spesso nascondono un’invisibile trama di rinvii.
«Il mio lavoro viene dal profondo: da un luogo cui non posso mai accedere direttamente. Per raggiungere quello spazio, devo essere paziente; e superare la mia razionalità. La mia ispirazione spesso giunge dalla lettura di testi legati al cristianesimo, al buddhismo, all’islam: filosofie e sistemi di credenze che suscitano in me una moltitudine di figure. Quanto ci sono vicini quei testi e quelle figure! Sovente di un libro mi colpisce una frase o un pensiero. Che, poi, possono generare in me una visione. In seguito, eseguo qualche disegno. Infine, io e Kira – mia compagna e mia collaboratrice di lunga data – esaminiamo questo materiale. Solo allora decidiamo se iniziare la produzione».
Ogni opera d’arte, ha scritto Roberto Longhi, è necessariamente «relativa»: non sta mai da sola, ma è sempre «in rapporto» con assonanze lontane, assunte talvolta in maniera inintenzionale. Le sue videoinstallazioni sembrano confermare la validità di questo giudizio critico. Quali artisti fanno parte del suo Pantheon ideale?
«Il mio Pantheon è molto pieno. Tra i maestri italiani, i miei preferiti sono Giotto, Masolino, Masaccio, Michelangelo, Raffaello, Beato Angelico, Piero della Francesca, Pontormo e Leonardo da Vinci. Tra i nordici, Rogier van der Weyden, Bosch e Jan van Eyck».
Spesso il cammino della storia dell’arte è stato descritto come non-lineare, segnato da fratture, da interruzioni, da lacune. Ne è testimonianza proprio la pratica della videoarte, che tende a porsi come tabula rasa: i vi-deoartisti elaborano dal niente regole «diverse», istituendo territori linguistici alternativi. Lei sembra indicare un sentiero alternativo: in molte sue opere recupera formati, soggetti, archetipi, stratagemmi e tecniche compositive, che hanno salde radici. Il suo confronto con alcuni tra i capisaldi del canone rinascimentale parte da un’investigazione sulla «materia prima» dell’arte.
«È essenziale lo studio della forma fisica e concreta dei dipinti: il dittico, il trittico e la predella ci permettono di comprendere meglio il significato dei dipinti del Rinascimento. Il dittico – soprattutto incernierato, da chiudere e da portare in viaggio – invita alla mobilità della preghiera. Il trittico è metafora di stabilità; indica una gerarchia; ed è anche il simbolo della Santissima Trinità. La predella fornisce un modo per dire il passaggio del tempo».
Lei si è interrogato anche sulla dimensione metafisica dei quadri del Rinascimento, dove si affrontano problemi «intemporali». In un’epoca come la nostra – dominata da un concettualismo spesso sterile – lei sembra voler riscoprire l’importanza del contenuto e della narrazione in arte.
«Nelle opere che ho realizzato a partire dall’arte classica occidentale, ho osservato non solo la forma, la composizione e il colore, ma anche il contenuto emotivo dello stile rinascimentale. Come ritrarre la condivisione di un mistero tra due donne gravide o una madre in agonia per la morte del figlio o un desiderio di vita dopo la morte sotto forma di risurrezione o un mistico in estasi? Sono tematiche senza tempo: i pittori e gli scultori del XIV e del XV secolo sapevano bene come raggiungere, nelle loro creazioni, le vette della metafisica. Ho esplorato i modi attraverso i quali Masolino da Panicale e Pontormo rappresentano l’interazione tra le persone e le emozioni umane. È stato un viaggio personale: quando ho realizzato i miei video sul Rinascimento, entrambi i miei genitori erano morti; e stavo cercando di elaborare il dolore, il lutto».
Ora arriva nella città dove ha iniziato il suo lavoro di videoartista. Tra il 1974 e il 1976, a Firenze, è stato direttore tecnico di art/tapes/22, centro di produzione e documentazione video. In quegli anni, si è avvicinato all’arte del Rinascimento. Che valore ha, per lei, adesso esporre a Palazzo Strozzi, al Battistero di San Giovanni e al Museo dell’Opera del Duomo?
«Mi sento un privilegiato. Da giovane, appena ventenne, quando vivevo a Firenze, non avrei mai pensato che mi sarei trovato nella situazione di restituire qualcosa a questa città che mi ha dato tanto. Mi affascina soprattutto Palazzo Strozzi: con le sue armoniose proporzioni, la sua simmetria, il suo bel cortile. I visitatori avranno l’impressione che la mia mostra sia avvolta dal Rinascimento».
«Rinascimento elettronico» si basa su un artificio espositivo sempre più sfruttato in Italia (e non solo): il crossover. Ovvero, si mettono in risonanza opere del passato e opere contemporanee. Sul modello di «Encounters», la grande mostra curata da Robert Rosenblum alla National Gallery di Londra nel 2000, dove alcuni artisti (da lei a Johns, da Freud a Kiefer, da Tàpies a Bourgeois, da Hamilton a Clemente) «rifecero» dipinti conservati presso la pinacoteca londinese, suggerendo un gioco di rispecchiamenti frontali e differiti, tra rifiuti e riprese. Nel nuovo millennio, scriveva Rosenblum, gli artisti diventano «più retrospettivi»: non si fanno catturare dalle «spaventose prospettive del futuro»; preferiscono camminare al riparo delle lunghe ombre della storia.
«Quando Kira si è recata a Firenze per un sopralluogo in vista della mostra, è stata portata al Museo dell’Opera del Duomo. Le sono stati mostrati alcuni luoghi possibili dove avremmo potuto allestire le mie opere. Dopo aver visto la Maddalena penitente di Donatello – che trasmette un’intensa sofferenza – ha subito pensato ad Acceptance : un video che ritrae il lutto in modo personale. La cortina d’acqua attraverso cui passa l’attrice copre il suo corpo nudo: ma, una volta che l’ha passata, la donna rimane sola nella sua sofferenza. Kira è rimasta stupita anche dalla Pietà Bandini di Michelangelo: e ha scelto Observance, dove si raffigura una lunga fila di persone in corteo per guardare per l’ultima volta l’oggetto del loro dolore. La stanza in cui sono esposti questi due video è piena di tristezza: e i visitatori sono chiamati a condividere una silenziosa meditazione sulla morte. Sono onorato dalla possibilità di porre due mie opere in dialogo con quelle di maestri come Donatello e Michelangelo, le cui stupefacenti sculture hanno catturato emozioni eterne. Ma mi sento anche inadeguato».
Lei volge all’arte del passato uno sguardo curioso, penetrante, originale. È come guidato da una passione retrospettiva. Alcune sue opere citano e riadattano capolavori della storia dell’arte europea. Un po’ come il Pierre Menard raccontato da Borges, lei rispetta e, al tempo stesso, tradisce le sue matrici. Dunque, «The Crossing vs. Visitazione» di Pontormo, «Emergence vs. Cristo in pietà» di Masolino da Panicale, «The Deluge vs. Il Diluvio universale» di Paolo Uccello, «Man Searching for Immortality/Woman Searching for Eternity vs. Adamo, Eva» di Cranach; «Acceptance vs. Maddalena penitente» di Donatello, «Observance vs. Pietà Bandini» di Michelangelo.
«Non era mia intenzione imitare letteralmente i dipinti che mi hanno ispirato».
La sua ambizione consiste nel portarsi al di là della classica distinzione tra i generi tradizionali dell’arte.
«All’inizio del nuovo secolo, le forme dell’immagine commovente si sono mescolate e hanno cominciato a fecondarsi tra di loro. I progressi nel digitale stanno avvicinando sempre di più video e cinema. Stanno saltando le regole: le stiamo portando al limite, le stiamo capovolgendo. Stili e categorie si stanno dissolvendo e trasformando».
È forse riduttivo definirla un videoartista. Forse, sarebbe più corretto considerarla un pittore intento a ri-mediare la lezione di altri pittori servendosi di strumenti diversi, sapiente nel dipingere con la macchina da presa. Lei sembra «sviluppare» l’implicita potenzialità espressiva custodita in alcune opere del Rinascimento. È come se volesse far «accadere» oggi le drammaturgie di Pontormo o di Masolino da Panicale, con un gesto critico e visionario. Secolarizza così iconografie lontane: le assimila e le rilancia, rendendo trasparenti i media tecnologici che usa.
«Alcuni miei lavori hanno una specifica qualità pittorica. Ma la loro trama non è in superficie: è modellata dalla luce. Prima dell’avvento dell’era digitale, il video utilizzava un’unica fonte luminosa per acquisire una determinata figura sotto forma di linee: attraverso un monitor o uno schermo. Se proietto su una parete o su uno schermo, invece, la luce rimbalza nei nostri occhi: e vediamo l’immagine. Se uso un monitor a schermo piatto, infine, l’immagine è data dalle particelle di luce».
In un saggio del 1990 (edito in Italia da Castelvecchi), «Video Black», ha parlato del nero da cui provengono le immagini e del nero verso cui tendono le immagini.
«Il video ha una qualità diversa da qualsiasi altro strumento. Permette la registrazione live e la riproduzione. Anche se, una volta spento, ogni frame sparisce».
La sua sfida sta nel coniugare storia dell’arte e videoarte, proponendo un utilizzo umanistico della tecnologia. Che, nelle sue opere, si fa dispositivo analitico, prodigioso nel far affiorare affetti e moti dell’animo.
«Le moving pictures, per me, sono il mezzo migliore per esprimere le mie idee. Non vi è alcun disaccordo tra spiritualità e tecnologia: una è voce dell’essere, l’altra è un medium per esprimerlo. Ho sempre cercato di esplorare le grandi domande della vita. Che sono sempre rimaste inspiegabili».
È sottilmente paradossale la sua opera. Lei esplora le più avanzate frontiere dell’high tech (grandi schermi ad alta definizione, riprese in slow motion, un sonoro perfetto e mimetico) forse per sottrarci al mito oggi imperante della velocità. Chi vuole davvero capire il suo lavoro – è stato detto – dovrebbe gettare via l’orologio: non avere fretta.
«Ho realizzato opere – videocassette, installazioni ambientali, rappresentazioni su schermi piatti, video per la musica contemporanea e moderna – che durano quanto è necessario che durino. Alcune sono molto brevi ( The Return è di 5 minuti), altre sono molto lunghe ( I Do Not Know What It Is I Am Like è di 89 minuti, mentre il video creato per l’opera di Wagner Tristan und Isolde è di quasi quattro ore)».
Un ideale commento alle sue videoinstallazioni è «Canto alla durata» di Peter Handke. Vi si descrive la durata come «il momento in cui ci si mette in ascolto, (…) ci si raccoglie in se stessi». Sulle orme del pensiero zen, dei mistici orientali e occidentali, lei concepisce le sue opere come elegie dell’attesa, scandite da una lentezza che ipnotizza, cui è sotteso un messaggio addirittura scandaloso: attraverso la slow motion, sembra invitarci a non correre più, dimentichi di noi stessi. È come se ci dicesse: non lasciatevi più distrarre dagli eventi effimeri; rientrate in voi stessi; riscoprite la concentrazione individuale; senza durata, c’è solo superficialità».
«Rallento l’immagine filmata per tante ragioni. Espandere il tempo ci pone in uno stato diverso: amplifica le emozioni; ci fa entrare in un regno che non è il mondo di tutti i giorni; aumenta la consapevolezza e la comprensione di quel che stiamo percependo; svela momenti nascosti alla nostra vista; favorisce un’attenta osservazione; induce a una profonda autoriflessione».
Vorrei concludere con un suo articolo del 2012, in cui si è interrogato sul web. Esiste solo un modo per uscire da questo panorama «popolato di voci incorporee, immagini virtuali, personaggi inventati», scriveva: sentirsi «parte inseparabile dell’Universo». Basta guardare il cielo stellato notturno che ci sovrasta e ci rende simili a frammenti di un regno inaccessibile. «Ciò che nell’epoca moderna chiamiamo Arte, è stata fatta per motivi intangibili o spirituali, è un dialogo con le forze ineffabili non limitate dal tempo e dallo spazio».
«Proviamo a dare un senso alla nostra vita e cerchiamo risposte in tanti modi diversi. Alcuni si rivolgono alla religione, altri alla scienza, altri ancora all’arte. Mi sento fortunato perché sono stato in grado di trasformare la mia ricerca in espressioni che altri possono vedere. Fare arte, per me, vuol dire provare a cogliere il significato più autentico dell’esistenza. La più essenziale tra le esperienze umane».