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 2017  febbraio 26 Domenica calendario

Il tempo non è denaro, lo dice Dio

Adriano Olivetti, forse, non ha mai sospettato quanto il suo modello di azienda fosse, già settant’anni fa, vicino ai precetti dell’islam: «Perché fu un esempio lampante di cultura d’impresa etica anziché speculativa e perché mirava a creare valore duraturo, si dimostrava socialmente responsabile, si preoccupava dell’ambiente e del benessere dei lavoratori» argomenta Paolo Costanzo, commercialista, consulente d’impresa e relatore al prossimo Tief, il Turin Islamic Economic Forum che si svolgerà a Torino il 6 e il 7 marzo.
Con un obiettivo ambizioso: dimostrare come la finanza islamica non sia soltanto più virtuosa e meno spregiudicata di quella convenzionale ma possa essere perfino redditizia, perché può aprire inattese opportunità, attrarre capitali nel vecchio continente e, magari, plasma fresco nell’esangue economia nazionale. Ma con una premessa: ciò che un uomo d’affari fedele, o almeno attento, alle consegne del Corano, non deve dimenticare (pur con qualche deroga) è che il denaro non può generare denaro con il semplice trascorrere del tempo, perché il tempo appartiene soltanto a Dio ed è evidentemente un peccato grave lucrare sulle proprietà private divine.
Quindi, è vietato negoziare, pretendere, concedere tassi di interesse, per non parlare di prestiti a usura, del resto biasimati pure dalla morale occidentale: «Nel mondo dell’economia halal, dove la finanza islamica viene applicata, è ammesso il finanziamento soltanto di attività tangibili, e in nessun caso la mera speculazione», ricorda a «la Lettura» Alberto Brugnoni, fondatore e direttore generale del primo ufficio europeo di finanza islamica, l’Assaif (Associazione per lo sviluppo di strumenti alternativi e di innovazione finanziaria), che esplora le potenzialità del mercato da trent’anni. «E le attività reali in Italia nascono dalla presenza di un’importante comunità di immigrati, dall’arrivo degli extracomunitari e dal fatto che l’economia halal si salda con la sensibilità per l’alimentazione biologica e per la sostenibilità».
Ma il piatto forte, per qualche imprenditore pioniere del ramo, è stato offerto dalle frequenti incursioni di investitori asiatici e mediorientali, di religione musulmana e dai patrimoni cospicui, oltre che dalle esportazioni dei prodotti «made in Italy», purché certificati halal, cioé conformi alle regole islamiche di liceità. Già, perché la laicità spesso non basta a dissipare la diffidenza sugli ingredienti di un cibo preconfezionato, per esempio, sull’assenza completa di alcol o di tracce di carne di maiale. Come sul contenuto di una cipria compatta o di una crema idratante.
Insomma, i settori di sviluppo della finanza islamica includono aree strategiche dell’economia italiana come il turismo, la moda, la cosmesi, l’alimentazione: «Il mercato alimentare musulmano – sottolinea Paolo Biancone, docente di Financial management e Finanza islamica all’Università di Torino – è una volta e mezzo quello cinese. E il risparmio dei musulmani in Italia, stando ai dati della Banca Centrale Europea, si aggira sui 5 miliardi e 800 milioni di dollari».
Un bel malloppo. Dietro al quale però si celano non pochi interrogativi sulla conciliabilità delle richieste della pia clientela con le abitudini e i modelli culturali dei consumatori autoctoni: cattolici, praticanti o non, agnostici o indifferenti.
«Non mi pare un problema insormontabile. Prendiamo la ristorazione: nulla vieta a un imprenditore – osserva Biancone – di inserire nel menù una scelta di piatti preparati secondo i criteri halal, così come viene ormai specificato se le pietanze sono vegetariane, vegane, allergeniche o confezionate con ingredienti surgelati. I tour operator sono, da tempo, molto attenti a modulare le loro offerte sui gusti e le richieste dei turisti, in base alla loro provenienza. Basta pensare come si è adeguata Rimini alle preferenze degli ospiti tedeschi. Una politica analoga è già praticata negli alberghi di fascia alta a Milano, Venezia e Firenze, che puntano a una clientela araba».
Finché le attenzioni si limitano alle stanze o alle suite private, non dovrebbero sorgere inconvenienti: «Si eliminano gli alcolici dal frigobar, si sostituisce la Bibbia con il Corano nei cassetti dei comodini, si mette a disposizione un tappetino per la preghiera – suggerisce Paolo Biancone – e, magari, si usa la cortesia di aggiungere un segnale che indichi la direzione della Mecca». Ma come regolarsi negli spazi comuni? Per esempio quei luoghi promiscui e sconvenienti come possono essere, agli occhi di un islamico, la piscina o la spa? Parrebbe inevitabile introdurre orari differenziati per uomini e donne, almeno in una parte della giornata; e, altrettanto probabili, sarebbero le rimostranze dei frequentatori laici, esclusi o infastiditi da bagnanti in burkini.
«Il nostro obiettivo – non si scoraggia Biancone – è proprio quello di lavorare sull’inclusione sociale, sull’integrazione e sulla tolleranza. La nostra non è più la generazione della mera sussistenza e può permettersi di diventare multiculturale. In Gran Bretagna hanno già immesso sul mercato cibo halal anche per cani e gatti. E, sempre nel Regno Unito, hanno ormai aperto venticinque banche a norma con i principi etici islamici. In Italia, nemmeno una».
Non è detto che il ritardo sia irrecuperabile, volendo. A patto di tenere ben presente la complessità della questione: «La finanza islamica – osserva Valentino Cattelan, ricercatore associato al Saudi-Spanish Center for Islamic Economics and Finance della Ie Business School di Madrid – è un mercato poliedrico, raccoglie componenti di profitto, religione, identità/diversità, politica, globalizzazione. È necessaria un’educazione finanziaria a questo settore. Occorre trasparenza, affinché il mercato italiano sia edotto sugli effetti economici più o meno vantaggiosi e sui rischi impliciti. Ma è indubbio che il musulmano praticante sia spesso disposto a pagare di più un servizio o un prodotto che gli dà anche un beneficio morale, proprio come fa un consumatore vegano».
Se sul cibo, i servizi alberghieri halal friendly, la moda (è concepibile che il settore tessile italiano produca e commercializzi veli, come l’ hijab, il chador o addirittura il niqab che lascia scoperti soltanto gli occhi di una donna?) la discussione può essere infinita e rovente, sui prodotti finanziari l’osservanza della sharia, la «strada rivelata», non si discosta poi tanto dai criteri di correttezza che dovrebbero seguire gli operatori di qualunque fede: «La finanza convenzionale – ricorda Paolo Costanzo – ha creato notevoli squilibri al sistema economico. L’esasperazione dell’utilizzo del debito, negli anni 2005-2006, prima della crisi, si fondava sulla convinzione che la crescita fosse perpetua ed esponenziale. La finanza islamica non è la panacea né l’unica forma di finanza sana ma è la sola che pone condizioni molto rigorose e che si può ben innestare nella cultura italiana».
Comprare casa con l’aiuto di una banca ottempera alla legge sacra ma l’accordo stipulato non si chiama «mutuo» e non ammette tassi d’interesse: si costituisce una società tra l’aspirante proprietario e l’istituto di credito, alla quale il primo paga un affitto fino al totale riscatto del bene. Va da sé che in caso di morosità il «socio» della banca perde il tetto, almeno fino alla piena redenzione.