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 2017  febbraio 25 Sabato calendario

Quelle stralunate interviste di Lucci che segnano un linguaggio

La scissione fredda. Enrico Lucci ha dimostrato, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, che il Partito Democratico non se la passa tanto bene. Sì, ci voleva un bravo cronista (è giusto definirlo così?) travestito da guitto – uno Stalin strattonato e maltrattato dal servizio d’ordine – per dimostrare la fragilità di certi dirigenti storici del Pd, per evidenziare che spesso le scissioni sono più frutto di umori personali che di ideali condivisi.
A molti non è piaciuta l’esibizione di Lucci, andata in onda giovedì sera («Nemo», Rai2, ore 21.25). Scherza coi fanti ma lascia stare i santi (San Bersani, San D’Alema, Sant’Emiliano…), non si confonda l’informazione con lo spettacolo, certe buffonate sono intollerabili, e così via.
A parte il divertimento procurato dall’incursione dello Stalin fasullo, approdato anche nel Tg La7 di Enrico Mentana, a parte la triste messa in scena di un regolamento di conti fra vecchi burocrati, Enrico Lucci è uno dei pochi personaggi della tv in grado di raffigurarci un mondo, di compiere azioni di straniamento che ci permettono di vedere sotto una luce nuova lo stantio che abbiamo sotto gli occhi. Da anni, con le sue interviste stralunate, ha contrassegnato un linguaggio, ci ha spalancato un universo tanto triviale quanto fantastico.
Ma ovviamente, come si dice, la questione è ancora più profonda e riguarda l’informazione, le nuove modalità con cui i giovani percepiscono la politica, la funzione dell’entertainment (spesso la forma più cristallina per trasformare la politica in cultura). Inutile ripetere che i Late Show in America sono per i più giovani la forma istituzionale per commentare le news. Lo chiamano comedic journalism, e non è un insulto: Stephen Colbert, Jimmy Kimmel, Trevor Noah, John Oliver…
Certo, per alcuni la scissione del Pd è stata un dramma che va rispettato, ma lo spettacolo offerto dall’assemblea del partito meritava qualcosa di più di un buffo travestimento?