Corriere della Sera, 25 febbraio 2017
Rai, la rivolta sugli ingaggi
Roma Prove tecniche di dialogo tra i vertici Rai, alle prese con l’applicazione della legge 198 del 26 ottobre 2016 che impone il tetto di 240 mila euro annui per i dirigenti e i divi (conduttori/conduttrici, presentatori/presentatrici). Lunedì il direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, ha in calendario un primo contatto formale con il ministero dell’Economia, quasi certamente con il titolare Pier Carlo Padoan. Il consiglio di amministrazione ha incaricato formalmente Campo Dall’Orto di capire se ci saranno «elementi interpretativi». Cioè mettere a fuoco se il limite va davvero applicato a quei «volti noti» abituati a ben diversi compensi. Campo Dall’Orto e Padoan, così si diceva ieri a viale Mazzini, potrebbero vedersi in settimana. Ma proprio ieri il portavoce del ministero dell’Economia ha risposto così a chi gli chiedeva cosa stesse accadendo dopo la presa di posizione della Rai: «Succede che si procede secondo la volontà del Parlamento». E quindi Padoan potrebbe rilanciare eventualmente la palla proprio al Parlamento senza nemmeno «interpretazioni autentiche» su una legge approvata dalle Camere.
In una nota congiunta Fnsi e Usigrai hanno espresso tutti i loro timori: «Non si può partecipare al campionato di serie A, con il mandato di vincerlo, se si viene privati della possibilità di competere alla pari con le altre squadre. Il complesso delle norme approvate in questi ultimi anni sulla Rai costringe il Servizio Pubblico alla partita impossibile». C’è anche un’altra ombra che si profila secondo i sindacati: «Di sicuro si trasformerà in una cortesia fatta alle aziende private e alle società di produzione e agli agenti che saranno ancora di più i veri padroni del mercato».
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Intervista a Bruno Vespa: «Così si rischia di uccidere l’azienda»
«Sono profondamente addolorato che, per un gioco scappato di mano a tutti, si rischi di uccidere la Rai proprio mentre operatori stranieri stanno sempre più prendendo piede nei media italiani: da Sky a Discovery, alla partecipazione francese in Mediaset, che mi auguro resti italiana...».
Cosa teme, Bruno Vespa?
«Il tetto rischia di sottrarre alla Rai risorse professionali che, con i loro ascolti, hanno reso all’azienda assai più di quanto sono costati. Significherebbe impoverire la Rai, far precipitare la pubblicità, peggiorare i bilanci, farla uscire dal mercato televisivo, licenziare personale. Credo che nemmeno coloro che oggi festeggiano vorrebbero tutto questo».
La parola ora va al ministro dell’Economia Padoan.
«Nutro molta stima verso di lui. È una persona di buonsenso e lo dimostra nella tenuta difficilissima dei conti dello Stato. Spero decida per il meglio sulla Rai. Ma non può essere lasciato solo: qui il gioco del cerino non può funzionare. Padoan non può essere additato come l’unico responsabile di una scelta necessaria, e che sembra impopolare per mancanza di informazione, per permettere alla Rai di continuare ad esistere. Perché di questo si tratta».
Chi dovrebbe muoversi? Renzi? Gentiloni?
«Il partito di maggioranza, tutti i partiti di buonsenso e il governo dovrebbero condividere e sostenere una decisione che salva il servizio pubblico. La Rai, sotto la gestione Gubitosi, ha emesso dei bond. Non si capisce perché dovrebbe essere discriminata, nelle retribuzioni dei dirigenti e dei suoi esponenti, rispetto ad altre aziende pubbliche che emettono titoli. Così non potrebbe mai più attingere al mercato dei migliori dirigenti. Quindi bisogna avere il coraggio di dirlo: vogliamo chiudere la Rai… Noi tutti ci battiamo perché Mediaset resti italiana. Mi meraviglierei se il partito di Berlusconi volesse la morte della tv pubblica. Se tutto questo fosse successo sotto il suo governo, avremmo gridato al più clamoroso conflitto di interessi».
Ma ora tutti sono d’accordo col tetto: Pd, M5S, Forza Italia…
«Parlare male della Rai è molto redditizio sul piano dell’immagine politica anche se si tratta di uno dei migliori servizi pubblici del mondo con eccellenti e straordinari professionisti, tecnici e lavoratori interni. Il giro di virtuose dichiarazioni dovrebbe concludersi con una affermazione schietta: la Rai deve morire… In tutto il mondo chi realizza programmi di successo viene retribuito secondo le regole del mercato».
Molti italiani capiscono a fatica certi megacompensi.
«La domanda è: quel conduttore costa più di quanto rende in pubblicità? Non merita quanto riceve. Fa invece ricavare alla Rai più del suo compenso? Merita quel denaro».
In quanto a lei e ai suoi compensi, Vespa?
«Mi dispiace che molti continuino ad attribuirmi un compenso annuo di 1 milione e 800 mila euro, più 1 milione per prestazioni straordinarie. In realtà, 1 milione e 800 mila euro è il tetto massimo insuperabile, tanto è vero che nelle ultime due stagioni ho maturato 356.250 euro in più che non mi sono stati accreditati. Questo significa che ho lavorato gratis per 30,6 seconde serate».