Corriere della Sera, 25 febbraio 2017
«Le liberalizzazioni all’italiana? Di destra, non portano concorrenza». Intervista a Susanna Camusso
ROMA «Sono passati 28 giorni dal deposito delle motivazioni con cui la Consulta ha ammesso i referendum promossi dalla Cgil su voucher e appalti. Davvero non capiamo perché il governo non abbia ancora fissato la data, magari nello stesso giorno delle elezioni amministrative», dice il segretario Susanna Camusso.
L’election day vi aiuterebbe a superare il quorum?
«Sono convinta, per la discussione che vedo, che il raggiungimento del quorum sia possibile a prescindere. Sono gli altri ad essere preoccupati e vorrebbero sgonfiare la partecipazione al voto».
Ma perché eliminare i voucher, se a usarli sono principalmente le imprese che organizzano eventi e se l’importo medio per lavoratore è di 500 euro l’anno? Non sono lavori occasionali?
«Imprese strutturate e lavoro occasionale sono un ossimoro. E poi succede che raggiunti i limiti di utilizzo si sostituisca il lavoratore con un altro e poi con un altro ancora per fare lavori che dovrebbero essere regolati col contratto».
L’altro referendum propone la responsabilità solidale tra impresa appaltatrice e impresa appaltante. Le aziende dicono che aumenterebbe l’incertezza e diminuirebbero gli investimenti.
«Quali investimenti, quelli che non hanno fatto negli ultimi 15 anni? Comunque, fino alla legge Fornero la responsabilità solidale c’era e non mi pare succedessero sfracelli. Se un’impresa non ottiene il lavoro dall’azienda cui lo ha appaltato si può rivalere sulla stessa, perché invece deve disinteressarsi se quel lavoro è ottenuto senza che siano stati pagati stipendi e contributi?».
Non c’entra coi referendum, ma la Cgil combatte il Jobs act. Eppure in tre anni gli occupati sono saliti di 600 mila, nonostante la crisi.
«Si sono spesi 18 miliardi per gli sgravi che potevano invece essere usati per un piano straordinario del lavoro. Noi non siamo contrari agli incentivi, ma devono essere finalizzati. E comunque vedremo alla fine dei tre anni se le assunzioni saranno confermate».
Perché la Cgil si è schierata con tassisti e ambulanti contro la liberalizzazione?
«Non facciamo confusione. Noi siamo contrari all’ingresso di una piattaforma come Uber dove uno può svolgere il servizio pubblico anche senza un rapporto di lavoro, perché ciò creerebbe una concorrenza sleale e perché gli utenti devono essere garantiti rispetto alle condizioni di esercizio del servizio. Inoltre, contestiamo la direttiva Bolkestein, perché consente il dumping tra i lavoratori. Detto questo, siamo in totale dissenso con le forme violente di protesta e ci chiediamo perché le regole sugli scioperi nei servizi pubblici possano non essere rispettate da determinate categorie».
Che oltretutto hanno ottenuto quello che volevano. Il governo ha sbagliato?
«Noi siamo interessati al confronto e al fatto che porti a delle soluzioni, ma diciamo anche che il comportamento del governo fa passare l’idea che le normali modalità di una trattativa non siano efficaci e questo è rischioso».
Alesina e Giavazzi, sul Corriere, hanno riproposto la domanda: è di sinistra opporsi alle liberalizzazioni?
«Assolutamente sì, perché le liberalizzazioni, come si fanno da noi, non producono concorrenza alla pari. Lasciare mano libera a Uber o a Foodora significa far guadagnare queste piattaforme con la compressione dei diritti dei lavoratori. E questo è straordinariamente di destra».
Fosse per lei Uber e Foodora non dovrebbero esistere?
«Vanno regolamentate, come all’estero. A Londra i riders hanno bloccato la città e anche da noi i lavoratori di Foodora chiedono semplicemente regole su orari e salari».
La Cgil è anche contro le privatizzazioni? Ora toccherebbe a Poste e Fs.
«Queste privatizzazioni sono profondamente sbagliate. Non garantirebbero il servizio pubblico e nel caso delle Ferrovie c’è il rischio di uno spezzettamento, con la privatizzazione della parte ricca, l’Alta velocità, solo per fare cassa».
L’Alitalia è di nuovo in crisi. Ha una proposta?
«Primo, si torni indietro sul regolamento aziendale e si rinnovi il contratto. Poi aspettiamo il piano industriale. E ci piacerebbe anche capire se questo governo ha un disegno di politica dei trasporti».
Pensa a un intervento pubblico in Alitalia?
«Non lo escludo a priori. Ma soprattutto vorremmo capire perché non si può fare nulla per Alitalia altrimenti sarebbe un aiuto di Stato e perché invece si possono finanziare le compagnie low cost in tutti i piccoli aeroporti».
Nel Pd c’è un dibattito per spostare a sinistra la politica economica. Come vuole la Cgil?
«Si sono accorti, dopo il voto del 4 dicembre, che c’è il disagio sociale, che non basta raccontare meraviglie perché queste accadano. Ben venga dunque questo ripensamento. Da anni stiamo provando a rimettere al centro il lavoro».
La scissione va nella giusta direzione?
«Noi abbiamo l’autonomia di una grande organizzazione sindacale come la Cgil e valutiamo le forze politiche in rapporto al nostro programma».