Corriere della Sera, 25 febbraio 2017
L’incontro con Bolloré, i timori del governo e la difesa del vero tesoro di Telecom
Mediaset per il governo è l’ultima roccaforte prima della cima del Grappa, e sebbene si tratti di un’azienda privata – dunque scalabile – si è trasformata in una sorta di crocevia che porta a Telecom Italia, quella sì considerata società di interesse nazionale. Ecco cosa ha spinto l’esecutivo ad avvisare per tempo Bolloré, che mira a prendersi il Biscione: di lì non avrebbe fatto passare lo straniero.
Perciò l’inchiesta sui vertici di Vivendi, indagati per aggiotaggio nell’operazione con cui puntano alle tv del Cavaliere, sembrerebbe quasi un evento marginale, un seguito giudiziario della sfida tra Berlusconi e il suo (ex) amico Bollorè. Sembrerebbe, se dietro questa partita non ce ne fosse un’altra, che riguarda Telecom Italia e che per palazzo Chigi riveste invece un valore strategico. I rappresentanti del governo avevano avvertito i dirigenti del gruppo francese all’epoca delle loro passeggiate romane, quando chiesero udienza per spiegare – a cose già fatte – le ragioni della loro iniziativa.
Oltre la presa di posizione del premier, espressa pubblicamente nel suo discorso per la fiducia alle Camere – dove disse che «l’Italia non è un Paese per scorribande» – ci furono anche prese di posizioni riservate da parte degli uomini del suo gabinetto. Sulla falsariga di quelle che, circa un mese fa Bolloré si sentì ripetere da Renzi, che non era più presidente del Consiglio, ma che il finanziere francese aveva voluto incontrare – usando i buoni uffici di Tarak Ben ammar – per ricucire i rapporti, incrinati dopo la nomina di Cattaneo a Telecom Italia.
Autorevoli fonti del governo rivelano che durante quel rendez vous il leader del Pd fu chiaro con l’interlocutore: non ci sarebbe stata alcuna interferenza nella sfida per il controllo del Biscione, come peraltro l’esecutivo aveva sottolineato ai contendenti, dato che non c’era materia per un intervento dello Stato in una contesa tra privati su un’azienda privata. «Ma», ecco il punto, se Bolloré – per scalare Mediaset – avesse deciso di vendere a Orange la quota di Telecom Italia, di cui Vivendi è primo azionista, allora il governo avrebbe fatto valere il suo potere d’intervento. Cioè si sarebbe messo di traverso.
Parlava Renzi ma era come se parlasse l’intero governo Gentiloni. Già il sottosegretario alla Telecomunicazioni, Giacomelli, in tempi non sospetti aveva additato come «un errore» la privatizzazione di Telecom, facendo drizzare le orecchie a Prodi. Poi due settimane fa, alla direzione del Pd, lo stesso Renzi – prendendo contropelo Padoan – aveva ribadito che «la privatizzazione di Telecom era stata una delle tante operazioni sbagliate». Il motivo appare oggi evidente, ai loro occhi: se Vivendi cedesse l’azienda a Orange, la società francese (di Stato) controllerebbe anche Sparkle, la rete su cui passano le comunicazioni sensibili. E l’Italia non può accettare di avere in casa un orecchio francese che ascolta.
È in questo contesto, e in attesa che – entro una decina di giorni – l’Agcom si pronunci sulla possibile «eccessiva concentrazione» di Vivendi tra quota Telecom e quota Mediaset, che si è inserita l’iniziativa giudiziaria. Confalonieri, che ne ha viste tante, ieri scherzava con alcuni amici citando detti marxisti sulla «palingenesi» nel rapporto tra la procura milanese e Berlusconi: «Siamo al rinnovamento del mondo». D’altronde, in questa cruenta guerra imprenditoriale, bisogna pur concedersi una pausa per un sorriso. E lui l’ha fatto, leggendo la dichiarazione di Ghedini, avvocato di Berlusconi, schierato a difesa dei magistrati «ingiuriati» da Vivendi.
Tutti gli uomini del Cavaliere restano in trincea, senza intenzione di mollare la cima del Grappa. Men che meno la figlia Marina, che definisce Bolloré «un pirata senza nemmeno respiro finanziario», ed è furibonda al pensiero che il tentativo di scalata iniziò quando suo padre lottava per la vita in ospedale: «Ora se hanno la forza, lancino l’Opa», ha chiosato dopo aver dato uno sguardo ai bilanci dell’«ex amico». Il rumore è quello di una porta sbattuta: «Con noi hanno fatto male i calcoli».
Lo stallo in un’azienda così importante ha spinto il governo ad accelerare l’approvazione della norma «anti-scorrerie», redatta da Calenda, e che in futuro servirà a evitare simili situazioni: «Perché noi non siamo più fessi dei francesi», ha commentato il titolare per lo Sviluppo Economico. Si scorgono sacchetti di sabbia dappertutto. E stando coì le cose, la cima del Grappa per Vivendi sembra al momento inespugnabile. Tanto che in una discussione tra ministri la conclusione è stata che «Bolloré è incastrato».
Francesco Verderami