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 2017  febbraio 25 Sabato calendario

Media esclusi dalla Casa Bianca. Scatta la protesta anti Trump

NEW YORK Donald Trump promette un massiccio riarmo nucleare ricevendo dure repliche da Mosca che minaccia un ritorno alla Guerra fredda, mentre infuriano le polemiche sui contatti di vari collaboratori del presidente con emissari russi nella campagna elettorale e su un tentativo della Casa Bianca di spingere l’Fbi a contattare gli organi di stampa per ridimensionare il caso. I «federali» non l’hanno fatto e la vicenda è deflagrata ieri in un altro scontro fra Trump e la stampa, col presidente che ha minacciato interventi contro i media che pubblicano notizie ricevute da fonti riservate. Poco dopo, il suo portavoce Sean Spicer ha escluso da un briefing le testate più critiche con il presidente: dal New York Times alla Cnn.
Per quanto cruciale per la sicurezza del mondo e gli equilibri internazionali, la questione del rapporto Usa-Russia nell’era Trump somiglia sempre più a una pièce teatrale col presidente-miliardario che un giorno difende Putin dall’accusa di essere un assassino sostenendo che l’America non si è comportata molto meglio e il giorno dopo scandisce che gli Usa sono decisi a riaffermare la loro assoluta supremazia militare e nucleare.
In un’intervista alla Reuters, Trump va oltre sostenendo che l’ultimo trattato Start per il disarmo nucleare negoziato da Barack Obama con Mosca è stato un regalo alla Russia. Fa la faccia feroce per allontanare il sospetto di intese sotterranee col Cremlino o vuole davvero tendere i suoi muscoli atomici? L’America leader anche nelle armi fa parte della filosofia trumpiana e certo non dispiace ai militari da lui messi nei posti chiave della difesa e della politica estera, ma il sospetto che il presidente stia montando la panna c’è: Obama aveva già investito molto nell’ammodernamento di un arsenale che, per il capo del Council on Foreign Relations, Richard Haass, oggi non teme confronti. Non sorprende, quindi, la reazione di Mosca: «La pretesa di supremazia assoluta sbilancia il sistema di sicurezza internazionale: si torna alla Guerra fredda col rischio di una catastrofe globale». Voci che, però, non vengono dal Cremlino, ma da esponenti di medio livello della Duma, il Parlamento russo: i capi delle Commissioni Esteri, Difesa e Sicurezza, Slutzky, Kosachov e Orezov.
Putin per ora tace e i media americani ignorano la sortita russa, anche perché l’attenzione è di nuovo sull’inchiesta Fbi e lo scontro con la stampa: la nuova puntata riguarda il tentativo del capo di gabinetto della Casa Bianca, Reince Priebus, di convincere i «federali» a uscire allo scoperto smentendo un articolo del New York Times che, citando fonti riservate, aveva rivelato che si indaga sui contatti coi russi di alcuni collaboratori (o ex) di Trump. La presidenza ha confermato un incontro alla Casa Bianca su altre questioni a margine del quale il vicecapo dell’Fbi, Andrew McCabe, aveva definito le informazioni pubblicate dal quotidiano imprecise ed esagerate. Priebus ha chiesto una rettifica. Mai arrivata perché l’Fbi non parla di inchiesta ancora in corso.
Un caso delicato anche perché sarebbe stata violata una direttiva del governo che vieta alla Casa Bianca di discutere con l’Fbi di indagini in atto. Eventuali comunicazioni, se necessario, devono passare per il ministro della Giustizia.
Trump, allergico alle indiscrezioni, ieri ha cercato addirittura di chiudere questo rubinetto: «Basta con l’uso delle fonti anonime, chi ci accusa deve farlo con nome e cognome». Poi la minaccia («interverremo per impedire che questi nemici del popolo continuino a fare danni») e il briefing selettivo: porte aperte ai giornalisti di destra, semichiuse agli altri. «Niente di simile è mai accaduto alla Casa Bianca nella nostra lunga storia» ha dichiarato il direttore del New York Times, Dean Baquet. Spicer ha minimizzato («c’era il pool che rappresenta tutti»), ma alla fine la protesta della sala stampa è stata generale. Compresa la Fox, la tv più vicina a Trump.