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 2017  febbraio 25 Sabato calendario

Il Dipendellum

Chi avesse notizie della nuova legge elettorale, quella che deve “omogeneizzare” i sistemi di voto per la Camera e per il Senato, è pregato di contattarci. A noi non risulta nulla. Prima bisognava aspettare il referendum che, negli auspici di Renzi & C., doveva abolire le elezioni per il Senato. Poi bisognava aspettare la sentenza della Consulta, anche se non era vero (le leggi le fa il Parlamento e la Corte doveva valutare la legittimità dell’Italicum che tutti dicono di voler superare). Poi bisognava aspettare le motivazioni della sentenza della Consulta, anche se era una bugia (quali parti dell’Italicum saltavano lo diceva il dispositivo). Poi bisognava aspettare che il partito di maggioranza molto relativa, il Pd, formulasse una proposta (e il Pd è stato talmente generoso da formularne sei). Poi finalmente la conferenza dei capigruppo della Camera, dopo l’accordo fra i quattro partiti che vogliono votare al più presto, o così almeno dicono (Pd, M5S, Lega e FdI), diede il solenne annuncio: “Lunedì 20 febbraio la legge elettorale approderà nell’aula di Montecitorio”. Il che faceva supporre un superlavoro a tappe forzate in commissione Affari costituzionali per stilare un testo-base da discutere e poi votare. Infatti lunedì 20 febbraio, a Montecitorio, non è approdata una cippa di niente, perché non c’è una cippa di niente.
Non essendo riusciti a escogitare una legge elettorale che garantisca la sicura sconfitta dei 5Stelle, i partiti si sono arresi a votare con le due leggi disomogenee partorite dalla Consulta nelle sentenze su Porcellum e Italicum, con tanti saluti a Mattarella e al suo omogeneizzato. Ma come pensano, in un sistema tripolare, di trovare una maggioranza per fare un governo con una legge proporzionale al Senato e un proporzionale-finto maggioritario (difficilmente qualcuno supera il 40% e prende il premio di maggioranza) alla Camera? Risposta: Renzi punta a replicare su scala nazionale una versione riveduta e corretta del modello Roma. Cioè a far vincere i 5Stelle, ben sapendo che non potranno neppure cominciare a governare: è difficile che abbiano la maggioranza alla Camera (a meno che non superino al 40%) ed è impossibile che l’abbiano al Senato (a meno che non superino il 50% o accettino il soccorso dei “sovranisti” destroidi, Lega e FdI, perdendo la verginità di movimento “né di destra né di sinistra” e impelagandosi in risse continue). A quel punto riciccerebbe Renzi, alla guida di un’ammucchiata con B., Verdini, Alfano e pezzi di sinistra flessibile: tutti tranne i barbari populisti 5Stelle, Lega, FdI e sinistre sparse.
Sempreché, si capisce, l’accozzaglia superi il 51% alla Camera e al Senato. Insomma, dipende. Dopo il Porcellum, l’Italicum e il Consultellum, è la volta del Dipendellum.
Che questo cattivo pensiero ronzi nella testa, peraltro confusa, di Renzi lo lascia supporre il giubilo con cui ha accolto la scissione di un pezzo del suo partito. Che, anche se prende pochi voti (e non è detto), è comunque in grado di fargli perdere il primo posto sul podio elettorale. E di consegnare a Di Maio o al candidato del centrodestra la prima, scomodissima investitura di premier incaricato all’indomani delle urne. Infatti, in questi giorni, sia le candidature alle primarie Pd, sia le adesioni al partito scissionista, sia il posizionamento di capibastone e peones con Renzi o con Emiliano o con Orlando, dipendono da un unico fattore: la paura dei parlamentari di non essere ricandidati e i calcoli su quale carro sia più conveniente per non doversi trovare un lavoro. Una paura, almeno per il ramo più popoloso del Parlamento (la Camera), legata all’aspetto più indecente dell’Italicum sforbiciato dalla Consulta: i capilista bloccati. Cioè 460 candidati (su 630 posti a disposizione) che, già prima delle elezioni, avranno la matematica certezza di essere eletti senza neppure il fastidio di doversi procurare un solo voto. Chi li sceglie questi capilista, anzi chi li nomina questi deputati? I segretari dei partiti (con l’eccezione dei 5Stelle, che li affidano alla lotteria del voto degli iscritti al blog di Grillo). Nei monoliti come FI e Lega decidono tutto B. e Salvini. Nel Pd è usanza che il segretario si prenda quasi tutto, ma riservi una quota-panda alle minoranze in base alle percentuali congressuali.
A questo servono le primarie: a calcolare quanti deputati si portano Renzi, Emiliano e Orlando. E questa è la domanda che si pongono i parlamentari del Pd (a parte il governatore De Luca che, non potendo entrare personalmente in Parlamento, cerca un seggio ereditario per uno dei due figli: quello che non fa l’assessore): “La mia poltrona è più garantita da Matteo, da Michele o da Andrea? O magari mi conviene andare con Bersani e D’Alema, o forse con Pisapia?”. Un mercato delle vacche, una storia di prostituzione di massa così deprimente da svilire qualunque residuo di passione politica in tutto ciò che si muove nel centrosinistra: congresso, primarie, nuove forze politiche, leadership e programmi. Col risultato di aggravare ancora il terrificante disgusto che accompagna la parola “politica” e di ingrossare vieppiù le file dell’astensionismo. Se la nostra campagna per uniformare i vitalizi dei parlamentari alle pensioni dei comuni cittadini ha raccolto più di 200 mila firme in pochi giorni, figurarsi quante ne otterrebbe quella per abolire i capilista bloccati. Siccome non abbiamo le forze per lanciare una proposta di legge al giorno, ci appelliamo non alla buona fede dei partiti (figuriamoci), ma al loro istinto di sopravvivenza: dicano subito che aboliranno i capilista bloccati (le pagine del Fatto sono a loro disposizione) per consentirci di sceglierci tutti i parlamentari. E poi lo facciano.