La Stampa, 25 febbraio 2017
Su cento azioni disciplinari solo tre si concludono con il licenziamento del colpevole
I 32 furbetti di Sanremo sono stati tutti licenziati e un terzo di loro ha rinunciato a fare ricorso. Anche perché le prime sentenze dei giudici non solo hanno respinto le istanze dei dipendenti ma li hanno pure condannati a pagare di tasca loro le spese legali. Il rischio contenzioso nel pubblico impiego resta comunque alto. Perché ancora oggi, nonostante annunci, slides renziane e proclami, ci troviamo a metà del guado.
Ritardi e intoppi
Il decreto Madia sui licenziamenti lampo è infatti entrato in vigore solamente nel luglio del 2016, quindi è intervenuta la Corte Costituzionale che ha contestato un vizio di forma negli atti adottati dal governo (serviva il consenso delle Regioni e non solamente acquisire il loro parere) bloccando così anche le nuove regole sui licenziamenti. In pratica da fine novembre in avanti, anche se la Consulta tra le righe ha precisato che gli effetti dei provvedimenti emanati nel frattempo non venivano meno, gli orologi sono tornati indietro al 2001, anno della riforma Brunetta. Di fatto se in quest’ultimo anno nei ministeri, nelle Regioni, nei Comuni e negli enti pubblici si è licenziato, lo si è fatto in virtù delle norme scritte sedici anni fa dall’attuale presidente dei deputati di Forza Italia. La cui vera innovazione fu stabilire proprio che il dipendente pubblico che si era macchiato di una violazione grave poteva essere licenziato subito senza che ci fosse bisogno di attendere la sentenza della magistratura.
Gli ultimi dati disponibili sono quelli relativi al 2015. Nel primo anno della guerra ai «furbetti del cartellino», avviata dal governo dopo lo scandalo del Capodanno romano e degli oltre 700 vigili assenteisti e rafforzata l’anno seguente col nuovo decreto Madia, sono stati 8259 i procedimenti disciplinari avviati in tutta la Pa (contro i 6935 dell’anno prima). Le sospensioni dal servizio superiori ai 10 giorni sono state invece 581 e appena 280 i licenziamenti, soprattutto in seguito ad assenze del personale (108 casi), reati di vario tipo (94), cattiva condotta (57), doppio lavoro (20) o in seguito a visita fiscale (un solo caso, a dimostrazione che anche questo meccanismo va rivisto). Rispetto al 2014 c’è stato un significativo aumento (+23,3%), ma in pratica solo il 3,4% delle azioni disciplinari si è concluso con la sanzione massima, l’interruzione del rapporto di lavoro. Un’inezia, tanto più se si calcola che i dipendenti pubblici sono oltre 3 milioni.
Il nuovo decreto
Per rimediare allo stop imposto dalla Consulta il governo, giusto giovedì scorso, ha varato un nuovo decreto legislativo sul quale acquisire il consenso della Conferenza Stato-Regioni. Il testo è in tutto e per tutto uguale al precedente, salvo allungare i tempi per contestare i danni di immagine. Al centro di tutto il cosiddetto «licenziamento sprint». Il dipendente colto in flagrante a commettere un’infrazione grave viene infatti sospeso dal servizio nel giro di 48 ore e lasciato col solo «assegno alimentare» che corrisponde a meno della metà dello stipendio. Poi nel giro di 30 giorni la procedura di licenziamento deve essere completata mentre con le vecchie regole si arrivava a 4 mesi. Sono poi state definite ancora meglio le infrazioni che portano alla perdita del posto ampliando il raggio di questo tipo di sanzione anche a chi ruba o si macchia di corruzione, ai casi di scarso rendimento e reiterata valutazione negativa delle performance, e confermandole a fronte di assenze ingiustificate, rifiuto al trasferimento e presentazione di documenti mendaci per ottenere il posto. Ma soprattutto, per rendere davvero efficienti le nuove norme, è previsto che cavilli giuridici e vizi formali non possano più fermare o annullare sanzioni e procedure sprint.
La velocità delle procedure, spiegano gli esperti, però non necessariamente è positiva. «Più che fare in fretta bisognerebbe fare bene, per evitare poi che il licenziamento venga impugnato e magari annullato», spiega un alto dirigente ministeriale. Ma di sprint la legge Madia ha ben poco: perché prima che entri in vigore il nuovo testo il governo dovrà acquisire i pareri delle commissioni parlamentari, quindi apportare gli eventuali aggiustamenti, e infine predisporre il testo definitivo. Per cui potrebbero servire ancora altri tre mesi.