Il Messaggero, 23 febbraio 2017
Divino Caravaggio, i segreti di un genio
«Non sapeva dipingere senza un modello davanti; però, non aveva i quattrini per pagarsene uno. Così, ingegnosamente, fa ricorso agli specchi: forse per questo, di Caravaggio, possediamo tanti autoritratti», dice Rossella Vodret. Di Michelangelo Merisi ci racconta tante singolarità in un nuovo volume, che è anche una rarità editoriale ed una super-strenna. Utet pubblica Caravaggio, genio d’Europa, e lo presenterà il 9 marzo alla Biblioteca Braidense, di Milano: è alto quasi mezzo metro, 300 pagine, 125 immagini e dieci tavole applicate, rilegato in pelle di bufalo, in appena mille esemplari; infatti, costa una tombola: 2.600 euro; tuttavia, non spaventatevi troppo, rateizzabili. È pieno di curiosità: a cominciare dagli esordi dell’artista, tutti in un fazzoletto del centro di Roma, quando doveva sfamarsi da «monsignor insalata», tanto Pandolfo Pucci gli metteva in tavola; fino agli ultimi giorni, e alla morte, ancora oscura: quando Roma era la capitale dell’arte; in tanti ci venivano: 1.998 artisti solo nel primo quarto del Seicento, anche per vedere le sue opere rivoluzionarie.
LE TECNICHE
Poi, Vodret ne racconta le tecniche artistiche, scoperte anche grazie agli esami di laboratorio compiuti su tutte le opere romane; e quelli eseguiti da lei e Claudio Falcucci sulla Giuditta e Oloferne in mostra a Brera, hanno convinto un celebre studioso, Keith Kristiansen del Metropolitan, che l’opera, trovata a Tolosa, potrebbe essere proprio di Caravaggio e non di Louis Finson come molti affermano. Alle indagini, seguono l’esame e i racconti approfonditi dei suoi dipinti ancora a Roma; e un focus sull’unico suo murale, Giove, Nettuno e Plutone del Casino Ludovisi, in cui lui si ritrae tre volte dal basso: scorci assai arditi, se stesso in piedi, usando uno o due specchi poggiati sul ponteggio.
L’ultimo capitolo è dedicato al successo che ha avuto in tutt’Europa: dalla Spagna, ai Paesi Bassi. Del resto, già nel 1604, quando gli restavano ancora sei anni di vita, Karel Van Mander ne esaltava i nuovi modi di dipingere. E anche qui, ricco e assai dovizioso è l’apparato illustrativo. A dimostrarne la precoce fortuna, c’è la vicenda della Madonna del Rosario, ora a Vienna, dipinta a Napoli: proprio Finson la porta in Olanda esattamente 400 anni fa, 1617, e una cooperativa di pittori capeggiata da Rubens, e di cui facevano parte anche Jordaens, Van Dyck e altri, l’acquista per 1.800 fiorini, e la dona alla chiesa dei domenicani di Anversa. Nel 1781 la vorrà l’imperatore Giuseppe II, e approderà in Austria.
Poi, però, a Roma il naturalismo passa di moda; s’impongono il Barocco e la Controriforma. E a lungo, Caravaggio non è più tra i prediletti. Fino alla celebre mostra milanese di Roberto Longhi, nel 1951: 44 sue opere; anche quelle (ora non si farebbe più) portate via dalle chiese di San Luigi dei Francesi e Santa Maria del Popolo. È la consacrazione definitiva. Non erano esposti I musici, già del cardinale Del Monte e ora al Metropolitan di New York: appartenevano a un capitano medico inglese che nel 1947 li aveva rilevati alla modica somma di cento sterline, tanto l’artista era allora (sotto) valutato.
LE RIPRODUZIONI
Il librone ha riproduzioni magnifiche: se ne leggono perfino le pennellate a grandezza naturale; e di un po’ tutte le opere sparse nel mondo. Ma Vodret studia soprattutto le stranezze dell’artista, basandosi su tutte le fonti oggi disponibili: le cronache del suo processo, ciò che altri hanno scritto di lui. «Stravagantissimo» già per il contemporaneo Giulio Mancini; ma perfino per il cardinale Francesco Maria Bourbon Del Monte Santa Maria, potente capo della corrente filofrancese della Curia e primo mecenate. Del resto, basterebbe rileggersi il libello che, nel 1603 insieme a Orazio Gentileschi e Onorio Longhi, diffonde in città, contro Giovanni Baglione: rime assai licenziose, offensive e scurrili, «Gran Coglione senza dubbio dir si puote/ quel che biasimar si mette altrui/ che può cent’anni esser maestro di lui»: siamo abbastanza oltre la più accesa delle rivalità.
Vodret racconta perfino che Caravaggio deteneva «un cane barbone nero; l’aveva chiamato Cornacchia, e gli aveva insegnato bellissimi giochi. Per imitarlo, un suo seguace, Carlo Saraceni, ne prese uno, e lo chiamò proprio così: ce lo dice lo stesso Baglione». Cataloga le osterie del centro città, dove amava intrattenersi (un giorno, al Moro a Campo Marzio, scaglia in faccia a un garzone un piatto di carciofi); e le sue numerose donne, prostitute promosse a modelle. Insomma, oltre all’artista in tutta la sua forza, ci racconta anche l’uomo, in tutte le sue debolezze. E in una cornice editoriale forse difficilmente ripetibile.