Libero, 24 febbraio 2017
«Non vogliamo clandestini». E la giudice li condanna
La Lega Nord è stata condannata a pagare 14mila euro perché l’anno scorso, in aprile, usò il termine «clandestini» anziché «richiedenti asilo» in alcuni manifesti affissi a Saronno. La condanna è per via del «carattere discriminatorio e denigratorio dell’espressione clandestini», la quale favorirebbe «un clima fortemente ostile nei confronti dei richiedenti asilo». Il giudice che ha vergato la sentenza, Martina Flamini, della prima sezione civile milanese, si è occupata spesso di questi temi e non solo in tribunale: la sua sensibilità sui «richiedenti asilo» l’aveva già vista relatrice, tra altri, in convegni e seminari organizzati dalla stessa associazione (Asgi) che ha sporto la denuncia per cui lei ha condannato la Lega. Non è proibito, ma non sappiamo quanto contribuisca a rasserenare un clima, vista la facilità con cui si tende ad “arruolare” il prossimo a proposito di certi temi. La dottoressa Flamini è il giudice che bacchettò anche ministeri e presidenza del Consiglio e definì “sproporzionata” la tariffa (da 100 a 245 euro) chiesta per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. Se la stiamo prendendo con le pinze è anche perché la stessa Flamini, nel marzo scorso, condannò anche un articolo del Corriere della Sera che aveva qualificato come politico l’operato di alcuni suoi colleghi giudici: da qui la presunzione che la sensibilità della dottoressa Flamini sia nondimeno rivolta all’onore e alla reputazione dei magistrati.
Detto questo, il clima resta quello che è, ma resta la speranza che le sentenze si possano ancora criticare. Per farlo dovremmo però ridiscendere sulla Terra, lontano dai convegni e vicino a dove un cittadino normale anche istruito, informato a tutt’oggi fatica a distinguere un migrante regolare da uno irregolare, un clandestino da un rifugiato, un richiedente asilo da un profugo, un apolide da uno sfollato, un beneficiario di protezione umanitaria da un delinquente o un terrorista. Nel caso di Saronno, la Caritas aveva chiesto di ospitare 32 immigrati in un convento di suore, ma il sindaco aveva negato i permessi e la sezione locale della Lega aveva tappezzato il paese con manifesti in cui appunto troneggiava l’espressione “clandestini”. Ora non sappiamo se lo status giuridico di quei 32 immigrati fosse già stato appurato o se, come è facile, la loro domanda d’asilo fosse ancora in corso di esame: nella sentenza non se ne fa menzione. La sentenza sottolinea il carattere negativo dell’espressione “clandestino” e lo fa anche anche se è un termine giuridicamente inesistente, visto che nelle varie leggi dalla Bossi-Fini al testo unico sull’immigrazione questa espressione non compare mai, neanche una volta. “Clandestino” infatti nostra opinione non è soltanto un’espressione estremamente usata e ormai generica, ma ormai è un termine politico che lascia intendere una certa visione dell’immigrazione: per esempio quello della Lega Nord. Se il giudice Flamini andasse a caccia di tutti coloro che adottano l’espressione “clandestino” per definire globalmente gli immigrati sparsi sul territorio nazionale, beh, forse il lavoro non le mancherebbe.
Dopodiché, parlando come mangiamo, e prescindendo da qualsiasi orientamento, vien da chiedersi se agli occhi di un morto di fame del Ghana, semisvenuto dopo sei giorni passati a stritolarsi su un barcone stipato come lo stadio Meazza, la nostra distinzione tra immigrazione clandestina e diritto d’asilo non debba sembrare solo una delle astruse fighetterie occidentali di cui siamo capaci soprattutto noi che abbiamo lo stomaco pieno. Nell’attesa di capisco, dire genericamente “clandestini” non si può. Ora ce lo segnamo.